Dalla Merkel acqua sul fuoco per la guerra del fotovoltaico

Dai recenti colloqui tra Angela Merkel e il premier cinese Wen Jiabao un segnale che allevia la tensione nel conflitto commerciale Cina-Europa sul fotovoltaico. La disputa sul dumping sarà risolta senza passare per vie legali, hanno assicurato i due capi di Stato. D'altra parte un muro contro muro farebbe danni in entrambi i Paesi.

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Dai recenti colloqui tra Angela Merkel e il premier cinese Wen Jiabao arriva un segnale che raffredda l’atmosfera incandescente dello scontro commerciale sul fotovoltaico. La controversia tra l’industria del FV europea e quella cinese, accusata di dumping, ha sottolineato la cancelliera tedesca, non va risolta “ricorrendo sempre alle vie legali”. Una dichiarazione in parziale contraddizione con quella rilasciata a metà luglio dal ministro dell’Ambiente, Peter Altmaier, nella quale si asseriva di voler prendere in considerazione misure protezionistiche contro l’import di moduli fotovoltaici cinesi. Come ha ribadito al termine dell’incontro il premier cinese invece ciò non accadrà: “Risolvere la disputa anti-dumping  con il dialogo  è un accordo importante raggiunto oggi dai due Governi”. Germania e Cina, insomma, vogliono il dialogo per evitare un muro contro muro che potrebbe fare male da entrambe le parti.

Uno spiraglio di luce importante in un periodo molto teso dei rapporti commerciali sul mercato mondiale del fotovoltaico. Come sappiamo, in un contesto in cui i produttori di moduli FV sono costretti a vendere sottocosto o a fallire, nell’occhio del ciclone da mesi c’è l’accusa di dumping nei confronti dell’industria cinese, che controlla circa metà del mercato mondiale. Solo grazie ai generosi aiuti di Stato da Pechino – specialmente finanziamenti a tassi agevolati e rimborsi dell’IVA sull’export – i cinesi riuscirebbero a praticare i prezzi stracciati contro i quali l’industria occidentale non riesce a competere.

Accogliendo questa tesi, a fine maggio (Qualenergia.it, Fotovoltaico, cosa risolverà il protezionismo Usa?) – al termine della seconda fase dell’indagine partita dalla segnalazione di Solarworld Usa e altre 6 aziende – il Dipartimento per il Commercio Usa ha deciso nuovi salati dazi sull’import di celle made in China. Saranno finalizzati a ottobre con effetti retroattivi e sono di circa il 31% per i prodotti delle 61 società cinesi che esportano nel Paese. La Cina – che anche per difendersi dal protezionismo ha di recente innalzato il proprio obiettivo nazionale sul FV – dal canto suo ha annunciato un’indagine anti-dumping che durerà un anno sul polysilicon importato dagli Usa e su quello importato dalla Corea del Sud e, in un’iniziativa separata, ha individuato 6 tipi di aiuti pubblici Usa che violerebbero le regole del WTO.

Ma a preoccupare il colosso asiatico, più che il fronte americano, è appunto quello che minaccia di aprirsi in Europa, da cui il sollievo che leggiamo su China Daily per l’accordo tra Merkel e Wen Jiabao. A fine luglio, infatti, Solarworld – assieme ad altre aziende – ha chiesto alla Corte di giustizia europea di intervenire contro quella che considera concorrenza sleale da parte cinese (Qualenergia.it, La guerra mondiale dei dazi sul fotovoltaico ). Entro metà settembre i giudici dovranno decidere se aprire un’investigazione e, in caso lo facessero e questa riconoscesse il dumping cinese, nuovi dazi potrebbero essere applicati retroattivamente.

Se ciò avvenisse per l’industria cinese sarebbe un colpo molto più duro rispetto a quello ricevuto dagli Usa: il mercato europeo assorbe circa il 70% della produzione cinese. Proprio i timori per futuri dazi europei nei giorni scorsi avevano fatto scendere il valore delle azioni di giganti cinesi come Yingli e SA Solar. Ma il protezionismo potrebbe rivelarsi un boomerang anche per l’Europa e per la Germania in primis. A rimetterci, oltre a consumatori e installatori, che vedrebbero aumentare il prezzo dei moduli, i produttori di macchine utensili e di silicio per il fotovoltaico, che patirebbero le probabili contromosse cinesi. Due categorie di aziende molto presenti in Germania, che fornisce macchine e il 20% del silicio importato in Cina. Forse proprio questo ha portato la signora Merkel alla decisione di buon senso di voler di evitare lo scontro commerciale.

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