Grazie. Così dovrebbe iniziare qualsiasi discorso indirizzato ai magistrati di Taranto che svolgono le indagini sull’Ilva. È infatti grazie al loro senso del dovere, e alla loro tenacia se finalmente si potrà scrivere la parola “fine” a una brutta storia che dura da decenni. Una storia fatta di inquinamento che ha avvelenato Taranto e i suoi cittadini, devastato l’ambiente, senza che chi avrebbe dovuto esercitare i poteri di controllo e vigilanza l’abbia mai fatto davvero e che anzi con la sua ignavia si è reso oggettivamente complice di comportamenti irresponsabili della proprietà, prima pubblica e poi privata, per i quali le indagini della magistratura appureranno reati e relativi colpevoli. 

Ma se finalmente si può intravedere la fine di quella storia così pesante, dobbiamo ancora capire se è possibile iniziare a scriverne un’altra in cui si dimostra realizzabile l’ipotesi di continuare a produrre acciaio in questo nostro Paese e di farlo rispettando ambiente e salute dei cittadini.

Per provarci davvero, va scongiurata l’eventuale chiusura dell’impianto che inevitabilmente sarebbe definitiva e che comporterebbe la perdita di oltre 10mila posti di lavoro. Un bene prezioso ovunque e forse ancor di più in quella realtà.

Si può fare? Chiunque abbia a cuore la difesa dell’ambiente e la giustizia sociale se lo deve augurare e lavorare in quella direzione e per questo ho apprezzato il programma che si è dato il Ministro dell’Ambiente: risanamento, bonifica, riduzione dell’impatto ambientale della produzione a impianto aperto. Ma l’obiettivo resterà irraggiungibile se non si costringe la proprietà a cambiare radicalmente strada.

Dall’arroganza, che agitando il ricatto occupazionale ne ha sempre contraddistinto l’azione e resa nemica dello stesso territorio su cui insiste l’impianto, deve passare all’utilizzo delle migliori tecnologie possibili, che peraltro vengono utilizzate in molte parti del mondo anche dai concorrenti dell’Ilva. E non è solo il consueto “modello tedesco” quello cui si deve guardare (in quel Paese si produce il doppio delle tonnellate di acciaio senza avere situazioni nemmeno lontanamente paragonabili al disastro di Taranto).

Le foto che mettono a confronto i parchi minerari di Taranto, fonte di tanti guai, e quelli modernissimi della acciaieria della Hyundai in Corea del Sud raccontano più di tante parole.

Il colosso automobilistico del sud est asiatico rampante, nel momento in cui ha voluto dotarsi di una propria acciaieria lo ha fatto con le attenzioni più alte alla tutela dell’ambiente. Altro che concorrenza sleale dei Paesi emergenti! Qui sembra proprio il contrario.

Allora finalmente la politica, il Governo e gli enti locali, facciano il proprio mestiere: impongano, come già fatto sulla diossina, le best available technologies con gli strumenti che hanno a disposizione (a partire dalla nuova Aia che recepirà anche le prescrizioni indicate dai provvedimenti dei magistrati), e mettano le risorse necessarie per bonificare i danni del passato quando la proprietà era pubblica. Solo così per Taranto la seconda puntata di una storia, fino a oggi assai brutta, potrà avere un lieto fine.