Un sistema elettrico improvvisato e la trappola del carbone

Nel prossimo decennio il sistema elettrico italiano potrà essere caratterizzato da una notevole produzione da rinnovabili, ma anche da un nuovo parco di centrali a carbone per oltre 5 GW. Uno sviluppo che rischia di realizzarsi senza alcuna programmazione e che comporterà implicazioni ambientali, energetiche ed economiche.

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Il sistema elettrico italiano ha subìto profonde trasformazioni ed è destinato a cambiare ancora più significativamente. Nel primo decennio del secolo si è completata infatti la rottamazione delle vecchie centrali a olio, a favore di moderni impianti a gas a ciclo combinato, centrali che si sono diffuse sul territorio anche con soluzioni “green field”. Il secondo decennio, invece, sarà quello delle rinnovabili grazie a 700.000 nuovi impianti, accelerando così la transizione dalla produzione centralizzata caratteristica del secolo scorso. In realtà, però, la colorazione di questo decennio rischia di essere verde-nero perché sono previste anche diverse centrali a carbone.

Tutto ciò sta avvenendo senza alcuna programmazione. Non parliamo tanto di un improbabile Piano, quanto di una Strategia Energetica Nazionale che tenga conto dei nuovi trend della domanda, del sovradimensionamento della potenza elettrica, dell’irruzione delle rinnovabili e della necessità di riqualificare la rete. In assenza di questo quadro di riferimento, i singoli operatori continuano ad agire secondo logiche sempre meno comprensibili.

Prendiamo le proposte di conversione o di costruzione ex novo di centrali a carbone per oltre 5.000 MW. I nuovi ‘kWh neri’ al 2020 potrebbero risultare oltre la metà di quelli addizionali verdi. A puntare su questa opzione è innanzitutto l’Enel che intende fare del carbone il cuore della propria produzione elettrica. Ma anche altre aziende italiane e straniere vorrebbero realizzare impianti di questo tipo.

Perché si tratta di una scelta fortemente discutibile, aldilà delle implicazioni ambientali dell’intero ciclo del carbone? Innanzitutto, questi progetti si inseriscono in un contesto di overcapacity con un parco di impianti che vede ormai oltre 120.000 MW a fronte di una richiesta di punta di 57.000 MW. Le centrali a ciclo combinato lavorano ai minimi storici (alcuni impianti sono a rischio di chiusura) e gli impianti a carbone producono per sole 4.000 ore/anno. Il tutto con una domanda che quest’anno potrebbe portarsi sui livelli del 2004 (nei primi cinque mesi -3,2% rispetto al 2011).

Inoltre, la produzione emergente delle rinnovabili comporterà in questo decennio un incremento dell’offerta tra 50 e 60 TWh, con una crescita destinata a proseguire ulteriormente (la Commissione Europea ha già avviato la discussione sugli obbiettivi del 2030). E le centrali a carbone, al contrario di quelle a gas, sono le meno indicate a interfacciarsi con una produzione non facilmente programmabile.

Infine, l’aspetto economico. È vero che il carbone costa di meno, ma vanno inclusi i costi del sequestro dell’anidride carbonica, se mai si potrà fare. O, in alternativa, le quote da acquistare che, se al momento sono caratterizzate da prezzi incredibilmente bassi, nei prossimi decenni potrebbero anche raggiungere valori molto elevati. Inoltre, il prezzo del metano potrebbe diminuire, sia per la liberalizzazione delle reti in Italia sia per l’immissione sul mercato internazionale di percentuali di “shale gas”.

Se poi si analizza la questione non dal punto di vista del singolo operatore ma del sistema-Paese, i dubbi crescono. Che senso ha aver investito decine di miliardi di euro per centrali nuovissime e molto efficienti costrette a operare al minimo e che a fatica riescono a far quadrare il quadro economico? O imbarcarsi in una scelta, quella del carbone, che sul lungo periodo renderà più difficile il taglio delle emissioni di CO2, in un’Europa che prevede una produzione elettrica totalmente decarbonizzata al 2050?
Insomma, gli elementi per avviare rapidamente una seria riflessione sulla Strategia Energetica Nazionale non mancano.
 

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