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Carbone a Porto Tolle, sbloccato l’iter, ma a Enel converrà?

L'iter per la conversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle oggi è ripartito, grazie a una sentenza del Consiglio di Stato. Ora si può procedere con la Via e l'autorizzazione potrebbe arrivare entro 12 mesi. Ma per l'azienda avrebbe senso economicamente far partire una nuova centrale a carbone, date le circostanze attuali?

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L’iter per la conversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle oggi è ripartito. Dopo il ‘no’ del 20 aprile scorso al ricorso della Regione Veneto, il Consiglio di Stato questa volta ha riconosciuto di la validità della legge regionale del luglio 2011 con cui il governatore Luca Zaia aveva modificato le norme istitutive del Parco del Delta. Potrà dunque ripartire il procedimento di Via (Valutazione impatto ambientale) presso il Ministero dell’Ambiente, che non dovrà necessariamente ricominciare da zero: l’autorizzazione definitiva potrebbe così arrivare nel giro di un anno.

Lo scorso 20 aprile, ricordiamo, era stata emessa una sentenza del Consiglio di Stato che respingeva il ricorso con cui la Regione Veneto chiedeva di revocare la sentenza dello stesso Consiglio di Stato del 17 maggio 2011, ossia il pronunciamento con cui fu dichiarato illegittimo il decreto del ministero dell’Ambiente che stabiliva la compatibilità ambientale del progetto Enel di conversione a carbone della centrale termoelettrica a olio combustibile.

Una nuova legge regionale nel 2011 aveva tentato di risolvere la questione per rendere possibile la riconversione. Nel giudizio di ieri il Consiglio di Stato ha stabilito appunto che questa legge è legitima. Il CdS si è invece dichiarato incompetente, per lo meno nel giudizio in oggetto, a esprimersi sulla possibile contrarietà della nuova legge regionale alle normative UE.

“Nel giro di 12 mesi, quindi – scrive Quotidiano Energia – Enel potrebbe ottenere la tanto agognata autorizzazione e inserire la conversione di Porto Tolle (con relativo impianto Ccs) nel nuovo Piano al 2018. Resta solo da capire se le condizioni del mercato saranno tali da giustificare il corposo investimento (circa 2,5 miliardi €) per la realizzazione di tre sezioni a carbone e parzialmente a biomasse, da 1.980 MW complessivi.”

Tra calo della domanda, overcapacity e concorrenza delle rinnovabili, infatti, il termoelettrico sta passando un brutto periodo: è di pochi giorni fa la notizia della possibile chiusura di almeno due centrali di Edipower (Qualenergia.it, Rinnovabili contro fossili, prime vittime nel termoelettrico).

Se anche avesse senso per il bilancio di Enel realizzare la riconversione, poi, è difficile sostenere che lo abbia nell’economia del Paese. E non solo per i danni al clima, dato che il carbone è la peggiore tra le fossili per emissioni di CO2. Secondo uno studio del centro di ricerca indipendente sulle multinazionali olandese SOMO, anche senza Porto Tolle, il carbone di Enel, infatti, ci sta costando non poco.

Nel 2009 il parco a carbone della partecipata pubblica ha emesso 888 tonnellate di PM10, 19.825 di NOx, 24.033 di SOx e 27,7 milioni di tonnellate di CO2, tutto inquinamento che tradotto in danni economici fa 1,7 miliardi di euro, di cui 840 milioni di costi esterni per inquinamento, 932 per la CO2 e 3,5 milioni di danni diretti all’agricoltura. La produzione elettrica da carbone di Enel nel 2009, secondo lo studio, ha causato ben 366 morti: circa uno al giorno.

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