Come sopravvivere alla fine del petrolio a basso prezzo

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Dobbiamo abbandonare il petrolio prima che il petrolio abbandoni noi. Si tratta di decarbonizzare e rilocalizzare l'economia. Proprio questo cerca di fare il movimento delle Transition Towns: perché la transizione necessaria per difendersi dalla crisi energetica non può che partire da comunità locali che prendono decisioni partecipate.

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“Non esauriremo il petrolio né oggi né domani, ma abbiamo bisogno di prepararci per il giorno in cui succederà. Dobbiamo abbandonare il petrolio prima che il petrolio abbandoni noi”. Queste le parole di Fatih Birol, Chief Economist dell’Agenzia Internazionale dell’Energia in un’intervista rilasciata l’anno scorso in occasione della pubblicazione del World Energy Outlook 2011. Da questa dichiarazione intendiamo partire per dare una prima suggestione di cosa si intende quando si parla di “transition town” o di movimento della transizione o di cultura della transizione.

La frase di cui sopra, ci piace sottolineare, non è stata pronunciata da un “ambientalista catastrofista” ma da un’importante esponente della prestigiosa agenzia che lavora per garantire la sicurezza, l’accessibilità e la sostenibilità dell’energia nei 28 Paesi a essa aderenti, tra cui l’Italia, ed è una dichiarazione che illumina il punto di partenza della teoria della transizione: non bisogna farsi cogliere impreparati ma, al contrario, avviare la transizione verso una società non più basata (soltanto) sul petrolio.

Per essere più precisi, quello che il movimento della transizione ci dice è che per avere un quadro realistico di quanto sta succedendo a livello planetario dal punto di vista energetico-ambientale, è necessario valutare in modo correlato due concetti chiave: il picco del petrolio (il momento storico in cui si raggiunge la massima capacità di estrazione dai giacimenti disponibili nel mondo) e i cambiamenti climatici. Senza questa visione critica complessiva, si rischierebbe di trarre conclusioni errate sulle politiche da mettere in atto.

Il dibattito sul fatto se il picco del petrolio sia stato già raggiunto o meno è tuttora aperto e controverso, ciò che però sembra appurato, e che è diventata ormai esperienza di tutti i giorni, è che l’era del petrolio a basso prezzo è finita.  Secondo la cultura della transizione, insomma, è finita “l’età dell’oro”, cioè quel periodo storico, durato meno di 200 anni, basato su un bassissimo costo del barile rispetto a tutti i servizi che ha reso e continua a rendere in termini di produzione di energia e di materiali, e che ha permesso, quantomeno al “primo mondo”, di mantenere elevatissimi stili di vita.

Partendo quindi da un’analisi dell’azione combinata del picco del petrolio e dei cambiamenti climatici, lungi dall’essere catastrofista e pessimista il movimento delle transition town, nato in Irlanda – nella città di Kinsale – e in Inghilterra – nella città di Totnes  – per opera di Rob Hopkins negli anni 2005 e 2006, si basa proprio sulla volontà di fare qualcosa prima che sia troppo tardi…“prima che il petrolio lasci noi”, per riprendere le parole di Birol.

Il terzo concetto chiave è quello di resilienza applicato a piccole comunità locali. Si definisce resiliente quel sistema che, a fronte di forze esterne che agiscono su di esso, è in grado di ripristinare il proprio equilibrio. Un sistema locale, dice Hopkins nel suo “The Transition Handbook”1, ha più possibilità di essere resiliente e quindi di funzionare meglio rispetto a un sistema globalizzato, perché caratterizzato da retroazioni più veloci, da maggiore flessibilità e differenziazione interna.

La risposta alla domanda “Cosa fare?” rispetto alla necessità di affrontare le crisi globali –  economico-sociali, energetiche e ambientali – per il movimento della transizione è quindi “tornare al piccolo” e ricostruire la resilienza delle comunità locali. Ma qui non si tratta di un nostalgico ritorno al passato o di una tentazione di cedere al mito dell’indipendenza locale. Al contrario, si tratta di avviare la transizione verso un tipo di società diversa da quella attuale, che non dipenda in modo così assoluto dal petrolio e da un’economia globalizzata, che hanno funzionato fino a quando il costo del petrolio è rimasto basso e gli “effetti collaterali” non sono diventati sempre più problematici.

Occorre invece, di fronte alla necessità di decarbonizzare le nostre attività e di affrontare la vulnerabilità indotta da un’economia globale,  avviare la transizione verso una società che consuma e che spreca meno grazie a una rilocalizzazione dell’economia. Rilocalizzare l’economia significa “produrre il più possibile vicino a casa”. Recuperando le conoscenze e le tecnologie utilizzate prima dell’avvento dell’“era del petrolio” e utilizzando le nuove tecnologie (per es. quelle che ci permettono di produrre energia con fonti rinnovabili) è possibile produrre localmente cibo, materiali per la costruzione ed energia. In questo modo si creano economie locali che permettono alle comunità locali di sviluppare una maggiore resilienza per affrontare in modo “non disastroso” le crisi globali.

Ma questo è un processo a lungo termine, che non si fa da un giorno all’altro, e richiede pianificazione, progettazione e innovazione. È proprio per questo motivo che la transizione va avviata subito e il suo strumento privilegiato dovrà essere il cosiddetto “Energy Descent Action Plan” che ciascuna comunità locale dovrà costruire in modo partecipato e condiviso.

Niente nella teoria e nella pratica della transizione è calato dall’alto in modo acritico, ma al contrario è il risultato di un processo partecipato e dal basso. E infatti il piano d’azione per la decrescita energetica è lo strumento attraverso cui una comunità locale, che abbia prima incominciato a discutere e a prendere coscienza dei temi di cui sopra, definisce, partendo dal presente, la propria visione del futuro (di solito su un arco temporale di almeno 15-20 anni) e costruisce, articolandoli nel dettaglio e cronologicamente, scenari di decrescita energetica (cioè di riduzione dell’uso e della dipendenza dai combustibili fossili) nei diversi ambiti dell’economia locale (cibo, salute, acqua, produzione di energia, trasporti, edilizia, ecc.).

Ma il piano e il processo sotteso non si riducono affatto agli aspetti più prettamente tecnici, ma al contrario viene riconosciuto fin dall’inizio che gli stili di vita non si cambiano se non si comincia da un approccio culturale, in termini di nuove visioni, nuove storie, nuovi concetti da comunicare e condividere, e psicologico, in termini di disponibilità al cambiamento, di capacità di modificare schemi mentali e stili di vita e di approdare a una visione radicalmente diversa e positiva del futuro.

Per saperne di più:

www.transitionnetwork.org

www.transitionitalia.wordpress.com

1 Rob Hopkins, The Transition Handbook,  Green Books, Totnes Devon 2008); trad. it. Manuale pratico della transizione, Arianna Editrice, Bologna 2009

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