Via libera alla trivellazione sotto costa nei mari italiani

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Ci sono voci attendibili che nel “Provvedimento urgente in materia di infrastrutture e trasporti” del Governo ci sarà il rilancio delle trivellazioni di gas e petrolio fino a 5 miglia dalle coste. Il Ministro Passera svela così il suo disegno di dare un indirizzo di vecchio stampo alla politica energetica di questo già fragile Paese.

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Ancora non c’è, ma non è un segreto che nel “Provvedimento urgente in materia di infrastrutture e trasporti” ci sarà il rilancio delle trivellazioni fino a 5 miglia dalle coste. Lo avevamo detto lo scorso marzo e ora sembra sul punto di realizzarsi il sogno di Corrado Passera di investire sulle fonti fossili trivellando sul territorio nazionale e lungo le coste alla ricerca di idrocarburi.

Oggi la denuncia viene dai senatori del Pd Francesco Ferrante e Roberto Della Seta. “Nel decreto sugli incentivi e il rilancio delle infrastrutture, ormai quasi pronto, il ministro dello Sviluppo Economico intenderebbe dare semaforo verde per le trivellazioni petrolifere e gasiere selvagge nei mari italiani, con un limite per gli interventi offshore che passa da 12 a 5 miglia marine, praticamente sottocosta”, spiega Ferrante a Repubblica.it
Al tempo riportavamo l’ipotesi ‘industriale’ del Ministero dello Sviluppo economico che affermava come questo programma avrebbe potuto “consentire di attivare 15 miliardi di euro di investimenti e 25.000 posti di lavoro stabili e addizionali; ridurre la nostra bolletta energetica di importazione di oltre 6 miliardi l’anno, aumentando quindi il Pil di quasi mezzo punto percentuale; ricavare 2,5 miliardi di euro di entrate fiscali, sia nazionali che locali”. 

Per i due senatori invece “i rischi economici sono importanti e i vantaggi minimi. Anche se estraessimo le 11 milioni di tonnellate di riserve petrolifere stimate nei fondali marini del nostro Paese, ai consumi attuali li esauriremmo in soli 55 giorni. Non possiamo continuare a costruire capannoni che non si tengono in piedi appena si è appannata la memoria dell’ultimo terremoto e a trasformare il Mediterraneo in una groviera due anni dopo l’esplosione della piattaforma della Bp”.

Nell’articolo di Antonio Cianciullo si spiega come, peraltro, una quantità ben maggiore del gas che si potrebbe estrarre dal mare sia già potenzialmente disponibile con lo sviluppo del biometano, in grado anche di contribuire al deficitario reddito delle imprese agricole. Il potenziale è di 8 miliardi di metri cubi all’anno: la stessa quantità prodotta attualmente da tutti i giacimenti nazionali e circa il 10% dei consumi del Paese.

Le ipotetiche riserve di gas e petrolio italiane – circa 103 miliardi di metri cubi di gas naturale e 187 milioni di tonnellate di petrolio, sommando quelle certe, probabili e possibili – agli attuali tassi di consumo sarebbero prosciugate in meno di due anni e continuerebbero a tenerci legati a un sistema ad alta intensità di CO2. Il biometano al contrario ridurrebbe le emissioni e sarebbe disponibile costantemente perchè rinnovabile.

Poi c’è tutta quell’energia che si potrebbe risparmiare nelle nostre case che sarebbe equivalente proprio a 8 miliardi di metri cubi di metano. Ferrante e Della Seta spiegano che il Governo dovrebbe orientare altrove la sua iniziativa: “è la paralisi normativa sulle fonti rinnovabili e i decreti ministeriali che finirebbero per soffocare, assieme all’energia pulita, un settore produttivo che vale l’1% del Pil, con un forte rischio disoccupazione”.

Il territorio, l’ambiente e la salute di questo martoriato Paese sono stati svenduti in questi ultimi tre decenni per il vantaggio di pochi, ma anche per quello di noi singoli cittadini, a tutto detrimento del bene della collettività. La storia delle civiltà lo insegna: questo approccio si paga e si pagherà sempre più pesantemente con il tempo. E i nodi stanno venendo al pettine: edilizia impresentabile e inconsistente alla minima scossa tellurica, devastazione del territorio e cementificazione con relativi dissesti idrogeologici e inondazioni, traffico, inquinamento e incremento dei tumori, pessima qualità della vita nelle nostre città. La lista sarebbe troppo lunga.

La confluenza di interessi dei poteri economici e della politica con quelli dei singoli, la corruzione e la corsa all’accaparramento di piccole e grandi ricchezze e la mancanza di lungimiranza di chi ha deciso infrastrutture e politiche industriali negli ultimi 30 anni sta contribuendo rapidamente e inesorabilmente a portarci al collasso economico e ambientale. I segnali sono intorno a noi, ma non vogliamo leggerli.

Se questa liberatoria sulle trivellazioni a 5 miglia dalla costa sarà parte della futura strategia energetica nazionale vuol dire che la classe politica e dirigente italiana o è incapace di elaborare una moderna visione di sviluppo per questo Paese o è succube dei grandi interessi delle multinazionali del settore. In entrambi i casi va democraticamente cacciata perché questo ormai fragile Paese non può più permettersela e ha bisogno, è il caso di dirlo, di aria pulita.

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