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Il giacimento tappato del biometano

L'Italia potrebbe avere 8 miliardi di metri cubi all'anno di biometano, prezioso per una produzione elettrica rinnovabile che sia modulabile e per l'obiettivo sui trasporti. Farebbe risparmiare 5 miliardi all'anno in gas e 1,6 in biocarburanti esteri. Per ora però tutto è bloccato da un ritardo di quasi un anno nei provvedimenti attuativi.

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In Italia c’è un giacimento da sfruttare capace di fornire 8 miliardi di metri cubi di metano all’anno: la stessa quantità prodotta attualmente da tutti i giacimenti nazionali e circa il 10% dei consumi del Paese. No, non è uno dei giacimenti di idrocarburi italiani attorno ai quali sembra incentrato il piano energetico del ministro Passera: mentre le riserve di gas e petrolio italiane – circa 103 miliardi di metri cubi di gas naturale e 187 milioni di tonnellate di petrolio, sommando quelle certe, probabili e possibili – agli attuali tassi di consumo verrebbero prosciugate in meno di due anni e continuerebbero a tenerci legati a un sistema ad alta intensità di CO2, il giacimento a cui ci riferiamo permette di ridurre le emissioni e non si esaurisce, poiché è rinnovabile.

Stiamo parlando del biometano, ossia il metano prodotto dalla purificazione del biogas, il gas rinnovabile ottenuto da biomasse varie. Ieri a Roma è stato presentato un ‘Position Paper’ su questa fonte. Un documento intitolato “Il biometano fatto bene”, frutto del lavoro di un gruppo coordinato dal Cib, Consorzio italiano biogas e gassificazione, a cui aderiscono Agroenergia-Confagricoltura, Aiel, Cia-Confederazione italiana agricoltori, Assogasmetano, Ngv System Italia, Cogena, Crpa, Itabia e con la partecipazione del Kyoto Club.

Come si capisce dal titolo si tratta di come ottenere il massimo dei vantaggi dal biometano facendo sì che la filiera resti sostenibile, cosa non scontata trattandosi di una fonte il cui bilancio ambientale dipende anche da quali biomasse vengono utilizzate per produrlo e da come vengono ottenute. Secondo lo studio l’obiettivo degli 8 miliardi di metri cubi al 2030 (il 65% di questo target al 2020), può essere raggiunto “senza competere con la produzione di alimenti e foraggi”, punto critico delle biomasse a uso energetico.

Lo si potrebbe fare utilizzando (al 2030) 400.000 ettari di terreni agricoli “la quantità di terreni a barbabietola e set aside 10 anni orsono” e utilizzando quote crescenti di biomasse di integrazione: quelle biomasse, cioè, che oggi non generano reddito o sono un costo per le imprese agricole, come effluenti zootecnici, colture di secondo raccolto, sottoprodotti agricoli e agroindustriali. Attualmente (2010) le biomasse d’integrazione pesano solo per il 23% della produzione di biogas, al 2030 si dovrebbe puntare a farle raggiungere il 65%.

I vantaggi che il biogas potrebbe dare al sistema Paese, d’altra parte, sono molto interessanti: tra le rinnovabili probabilmente è quella con la maggiore flessibilità d’uso. Non essendo altro che metano da biomasse, permette di essere miscelato o di sostituire il gas naturale, che nel nostro Paese ha già una rete capillare. Usato in cogenerazione e microcogenerazione in impianti altamente modulabili, il biometano potrebbe avere un ruolo importante nell’ambito della smart grid nel compensare la non programmabilità della produzione di altre fonti pulite come eolico e fotovoltaico.

Altro settore per cui potrebbe fare molto è quello dell’autotrasporto, contribuendo a farci raggiungere quell’obiettivo al 2020 del 10% di energia rinnovabile nei trasporti che diversamente rischia di essere perseguito ricorrendo quasi interamente a biocarburanti di importazione e di dubbia sostenibilità. Nel 2011 si sono utilizzati in Italia biocarburanti per il 99,9% prodotti con materia prima di importazione, fa notare il documento. Il costo per gli automobilisti dell’obiettivo del 10% al 2020 con i biocarburanti, ai prezzi attuali, sarebbe di oltre 3,5 miliardi di euro, è la stima.

Il biometano potrebbe tagliare questo costo: contribuendo ai consumi per autotrasporto con 2,5 miliardi di metri cubi l’anno al 2020 farebbe risparmiare 1,6 miliardi l’anno in biocarburanti d’importazione. Un aspetto interessante, visto che l’Italia è il Paese europeo con più mezzi a metano (un parco di oltre 600mila mezzi, 18mila nuove immatricolazioni solo nei primi 3 mesi del 2012) e che il decreto sulle liberalizzazioni consente alle aziende agricole che producono biometano la possibilità di installare pompe di rifornimento.

Il metano rinnovabile, dunque, potrebbe fare molto per il Paese, anche in termini economici: se si arrivasse a produrne 8 miliardi di metri cubi al 2030, la stima del Consorzio Italiano Biogas, significherebbe che si risparmierebbero 5 miliardi di euro l’anno in importazioni di gas. Oltre a questo si aumenterebbe del 5% il Pil agricolo, che oggi ammonta a circa 48 miliardi di euro, cioè oltre 2 miliardi di euro in più in una filiera corta e ad alta intensità di occupazione.

Le prospettive sono buone, peccato però – come purtroppo avviene spesso nel nostro Paese – che al momento restino bloccate dai ritardi della normativa. Si attendono da molti mesi i provvedimenti attuativi del decreto 28/2011 che dovrebbero definire regole e incentivi per l’immissione del biometano in rete: due provvedimenti che, stando al ritardometro del Kyoto Club, dovevano arrivare rispettivamente 296 e 326 giorni fa.

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