Nonostante la modesta ripresa economica avvenuta nel Continente, le emissioni delle fabbriche e delle centrali elettriche europee che partecipano all’emission trading system (EU ETS) nel 2011 hanno diminuito le loro emissioni del 2%, ha comunicato ieri la Commissione europea. Un risultato positivo che però potrebbe essere decisamente migliore se l’ETS riuscisse a garantire prezzi della CO2 abbastanza alti da stimolare misure di riduzione aggiuntive. Rimane infatti un eccesso di permessi a emettere e i prezzi della CO2 sono stracciati. Tra le conseguenze di questo c’è anche il fatto che, specialmente in Italia, nella concorrenza con le rinnovabili, il carbone resta più competitivo rispetto al gas, frenando la transizione in atto.

Dietro al discreto risultato del 2011 per l’ETS (emissioni del 2% sotto i livelli del 2010) si nascondono infatti dati che mostrano bene le debolezze di questo meccanismo. Come prima cosa va sottolineato che una parte rilevante della riduzione delle emissioni non è stata fatta “in casa”, cioè in Europa, ma nei Paesi in via di sviluppo: il 7% del totale dei permessi resi è stato infatti ottenuto sfruttando meccanismi di compensazione (quelli previsti dal Protocollo di Kyoto) che non sempre si sono dimostrati trasparenti (Qualenergia.it, Il CDM e quelle riduzioni di gas serra ‘finte’).

Ma soprattutto a minare l’efficacia dell’EU ETS è l’eccesso di permessi in circolazione, che sta portando a prezzi della CO2 troppo bassi: siamo sotto i 7 euro/ton. Un problema che è stato messo in evidenza nel corso della presentazione dei dati anche dalla Commissaria Connie Hoedegaard.
Come si vede dai numeri resi noti ieri, il volume dei permessi emessi, ma rimasti inutilizzati, è aumentato di 450 milioni nel corso del 2011: questo significa che dal 2008 sono stati messi in circolazione oltre 900 milioni di permessi in più rispetto a quelli che sono stati effettivamente utilizzati.

Un boomerang, dato che il meccanismo consente alle industrie di tenere per sé il proprio surplus di permessi e usarli nella fase successiva dell’ETS, quella che inizierà il 1° gennaio 2013. Dopo la ripresa economica, questi permessi saranno perciò disponibili per le imprese, sottraendo un incentivo rilevante agli investimenti rivolti a ridurre le emissioni. Proprio per evitare questo – ha fatto sapere la Hoedegaard – la Commissione sta indagando la possibilità che nella prossima fase dell’ETS vengano trattenute quote di permesso per ridurre l’oversupply.

Intanto i prezzi della CO2 non adeguatamente alti stanno avendo una particolare conseguenza sul nostro sul nostro mercato elettrico (aspetto rilevato anche da Giuseppe Artizzu, a.d. di Cautha, in un suo intervento di prossima pubblicazione su Qualenergia.it). Sta infatti accadendo che la concorrenza delle rinnovabili, specialmente del fotovoltaico durante il picco di domanda diurno, spinge spesso fuori mercato gli impianti a gas anziché quelli a carbone (Qualenergia.it, Picco prezzo kWh ‘anti-rinnovabili’, l’Autorità indaga). Proprio il basso prezzo dei permessi a emettere (ovviamente assieme all’alto prezzo del gas, specie in Italia) fa sì che gli impianti a cicli combinati a gas, che hanno emissioni nettamente inferiori, producano a costi maggiori rispetto a quelli a carbone, i più inquinanti in termini di CO2. Quando la concorrenza delle rinnovabili è alta, vengono così fatti fermare impianti a gas mentre quelli a carbone restano accesi.

Questo, oltre a dare notevoli problemi a chi ha investito in nuovi impianti a ciclo combinato, non ha senso rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione del sistema elettrico e potrebbe diventare un problema anche per lo sviluppo delle rinnovabili. Le fonti pulite non programmabili come eolico e fotovoltaico, infatti, convivrebbero bene con impianti flessibili e dalla produzione rapidamente modulabile come i cicli combinati a gas, ma è quasi impossibile farle coesistere su grossi volumi con impianti rigidi e dalla produzione poco modulabile come le centrali a carbone.

Una soluzione a questo problema potrebbe venire dalla carbon tax, già annunciata dal Governo. Nel Ddl ‘delega fiscale’, approvato ad aprile, si parla di un carico fiscale che colpirà i combustibili fossili in base al loro contenuto di carbonio, tassando maggiormente i più inquinanti e i proventi recuperati saranno usati per finanziare le energie pulite. Una novità che potrebbe penalizzare il carbone a favore del gas e delle rinnovabili, ma che per ora resta solo un’ipotesi vaga e ancora tutta da scrivere.