Ciò che manca al World Energy Outlook della Iea se lo si legge ogni anno è la coerenza temporale. Ad ogni edizione, infatti, gli analisti della Iea, cambiano approccio rispetto alle metodiche di rappresentazione degli scenari energetici e variano spesso anche i focus, ma con una costante degli ultimi tre anni, almeno questo, ossia i cambiamenti climatici.

Negli ultimi tre rapporti, infatti, trovano posto annunci allarmanti circa la concentrazione della CO2, che si alternano con “puntualizzazioni” circa la problematicità delle risorse fossili – in special modo il petrolio lo scorso anno – alternate a previsioni ottimistiche rispetto al gas naturale, come quest’anno. Il tutto condito nel 2011 con un’anticipazione “etica” del rapporto, nel senso che è stata pubblicata nel corposo volume, che aveva come argomento l’energia per tutti (Energy for all), l’affermazione che l’accesso all’energia ai poveri del pianeta aumenterebbe le emissioni solo del 0,7. A riprova di questa inabilità temporale del rapporto c’è il “picco del petrolio” che lo scorso anno aveva conquistato un paragrafo intero, con tanto di precisazione che si sarebbe dovuto investire in nuove ricerche geologiche per reggere l’aumento dei consumi, mentre quest’anno il picco sparisce, come se nel giro di dodici mesi si fossero scoperti un paio di Ghawar,cosa che però non è successa. Eppure tra le righe il problema della “possibile” diminuzione delle risorse petrolifere si legge anche nell’edizione 2011.

La previsione, infatti, al 2035 è quella di un aumento netto della domanda petrolifera tutto proveniente dalle econome in via di sviluppo e concentrato nel settore della mobilità, due scenari dove i fossili, petrolio specialmente, fanno la parte del leone e sono difficilmente sostituibili. Si passa infatti dagli 87 mb/g di oggi ai 99 mb/g del 2035 con il numero degli autoveicoli che “salta” del 100% raggiungendo la cifra di 1,7 miliardi di unità, con grande felicità, per ora, delle industrie tedesche che nel settore hanno di recente superato i giapponesi. Su come affrontare la questione alla Iea non hanno le idee chiare, ma del resto la sfera di cristallo non la possiedono nemmeno loro.

Certo è che l’aumento dell’estrazione delle risorse petrolifere di 47 mb/g, cifra che la Iea giudica necessaria per affrontare la crescita dei consumi e la diminuzione delle risorse esistenti (ed ecco che si torna usando parole diverse alla tesi dello scorso anno e il picco riappare), sarà in linea di massima affrontato con risorse non convenzionali come il tight oil – diventato forse vantaggioso, ma non molto affidabile sul fronte produttivo – oppure le tar sand come quelle della regione di Alberta, in Canada, il cui greggio è caro e inquinante. Insomma un rapporto che oltre a sfumare, ma nei fatti a confermare le difficoltà sul fronte dell’estrazione, sembra voler tranquillizzare ancora una volta i mercati presentando loro una versione edulcorata della realtà petrolifera.

Ma la musica cambia se parliamo di gas naturale. Per questa fonte, infatti, si prevede un incremento dell’1,7% annuo – era il 2% solo sei mesi prima nello speciale uscito a giugno 2011 “Are we entering a golden age of gas”, ma sorvoliamo. Dal settore del gas resta escluso, naturalmente, quello dei trasporti, mentre il maggiore sviluppo la Iea lo vede nella generazione elettrica, seguita da quello civile.

Per quanto riguarda il clima la Iea prosegue in quella che è la sua posizione adottata tre anni addietro: lanciare l’allarme sul global warming. E quest’anno lo fa tracciando tre scenari diversi e mettendo sul banco degli imputati la politica. Come se l’azione di quest’ultima non fosse soggetta a pesanti influenze da parte del comparto delle fonti fossili. «La grande diversità dei risultati che emergono da questi tre scenari sottolinea il ruolo critico dei governi nel delineare il nostro futuro energetico, tramite la definizione e l’implementazione delle politiche necessarie al loro conseguimento», afferma il rapporto. Il primo scenario tracciato è quello “Politiche attuali” nel quale, presumendo l’assenza di modifiche in tema di emissioni rispetto al 2011, si arriverebbe a un aumento di temperatura di più di 6°C entro fine secolo, mentre con lo scenario “Nuove Politiche”, che ipotizza azioni di contenimento moderate – che la Iea giudica come il più realistico – si avrebbe al 2100 un aumento di “soli” di 3,5°C: previsione già catastrofica per la stragrande maggioranza dei climatologi. Inoltre l’agenzia traccia la prospettiva più ottimistica, lo “Scenario 450”con il quale l’aumento sarebbe di “soli” 2°C, ipotesi che la Iea esclude subito.

Per lo “Scenario 450” infatti «la porta sta per chiudersi», visto che l’80% delle emissioni allocate per il 2035 in questo scenario sono già state emesse e se non dovesse esserci una “cura da cavallo” per il clima si arriverebbe al 100% nel 2017, con ben 18 anni d’anticipo, e da questo momento solo rinnovabili. Impossibile: sia per l’Agenzia sia per gli ambientalisti.

Ecco quindi che implicitamente la Iea ratifica l’insuccesso di Kyoto, con i suoi quindici anni d’incertezze. E ad aggravare la situazione c’è il fatto che questo scenario prevede un aumento dei consumi energetici al 2035 del 30% allocati al 90% nei paesi non-Ocse, i più refrattari agli accordi internazionali di riduzione delle emissioni.

Questione che apre il capitolo carbone che con i 1.000 miliardi di riserve note, 150 anni di consumi, è la fonte alla quale si rivolgono le economie emergenti, come la Cina, che nel 2010 ha assorbito da sola il 47% dei consumi planetari. Trend che proseguirà nel 2035, visto che India e Cina assorbiranno il 70% dell’aumento, al 2035, dell’utilizzo del carbone, mentre in questo quadro si pone una severa questione geopolitica: la Russia. Non sfugge, appunto, il fatto che molti giacimenti russi si trovano in zone che consentiranno alla Russia di giocare un ruolo chiave sia sul mercato europeo, sia su quello asiatico, con una conseguente stabilizzazione dei prezzi su livelli alti, specialmente del gas, con una competizione che si svolgerà anche sul fronte delle forniture di tecnologie, cosa che potrebbe impegnare l’Europa su questo fronte, a scapito delle rinnovabili.

Declino netto, invece, per il nucleare, sul quale in verità la Iea negli anni passati non aveva poi puntato molto. Sull’atomo, infatti, la Iea si limita a fotografare l’esistente poiché mantiene inalterato l’obiettivo del settore sul fronte delle emissioni al 2035, dovuto con ogni probabilità all’allungamento di vita del parco nucleare esistente, con una diminuzione percentuale della quota di generazione elettrica da nucleare, dovuto al blocco delle nuovi centrali seguito a Fukushima e alla messa fuori esercizio di tutte le centrali tedesche e di quelle europee che non passeranno gli stress test a cui si deve aggiungere lo stop del nucleare in Italia.

Dal punto di vista dei risvolti economici finanziari, la Iea sembra sposare il rapporto Stern visto che stima i costi della “non-azione” sul clima in oltre 4 dollari da spendere dopo il 2020 per ogni dollaro risparmiato da qui al 2020, ma di sicuro convincere un mercato, come quello energetico, così refrattario ai cambiamenti sarà complicato in un momento in cui le grandi compagnie fossili, nonostante i buoni bilanci – Exxon Mobil ha fatto un utile netto nel quarto trimestre 2011 di 9,4 mld di dollari, in crescita – utilizzano la crisi per non fare investimenti, come quelli in nuove ricerche su cui la Iea insiste da un paio d’anni, per cui figuriamoci che fine faranno gli investimenti così “alieni” al mondo energetico come quelli sul clima.

Molto prudenziale, infine, la stima della Iea circa le nuove rinnovabili (senza il grande idro) che nella generazione elettrica dovrebbero arrivare al 15% nel 2035, quota che secondo gli ambientalisti è riduttiva. Il Wwf, infatti, stima che nel 2050 la percentuale potrebbe essere del 100%. Ancora una volta la Iea, quindi, dimostra un’anima “fossile. Almeno fino al prossimo Word Energy Outlook.