Dal preconsuntivo 2011 dell’Unione Petrolifera sull’attività petrolifera (vedi allegato in basso) emergono chiaramente conferme dello stallo in cui versa la coltivazione delle riserve convenzionali di petrolio su scala mondiale. Il dibattito aspro sulla collocazione temporale del picco di produzione del greggio sembra appartenere al passato.


L’evidenza dei dati ha portato la sfida dialettica su altri temi: implicazioni della produzione petrolifera sulle crisi economiche, e in particolare su quella attuale (Qualenergia.it, Domanda e offerta di petrolio nel tempo della crisi), stabilità economica internazionale e sicurezza energetica, variazioni del prezzo del petrolio e ricadute sulla transizione verso l’economia low carbon.


Sebbene siano di primaria importanza, questi argomenti rischiano tuttavia di svolgere una funzione diversiva e distogliere l’attenzione dal problema geoeconomico fondamentale della limitatezza delle risorse. Si allinea alla tendenza anche la IEA che avendo fatto proprio il grido d’allarme sugli esiti nefasti per il clima dello scenario energetico business as usual (+6 °C entro la fine del secolo), ha lanciato il gas come risorsa prevalente del mix energetico mondiale dei prossimi decenni, nel Golden Age of Gas Scenario (Qualenergia.it, Età dell’oro per il gas, ma non per il clima), ufficializzando implicitamente per il petrolio l’ingresso nell’era del picco.


La produzione di petrolio quindi non riesce più a sostenere l’aumento della domanda che, malgrado il rallentamento dell’economia, ha fatto registrare comunque nel 2011 un aumento di 0,9 milioni di b/g (+1%). La crescita della domanda continua a essere trainata dai Paesi non OCSE (+3%), in particolare dalla Cina (+5,2%) con significativi contributi anche dai Paesi ex URSS (+4,3), dagli altri Paesi asiatici (+3,2%) e dell’America latina (+3%). Complessivamente i Paesi non OCSE sono prossimi al 50% dei consumi mondiali. L’offerta petrolifera mondiale (88,5 milioni di b/g), lo scorso anno non è stata in grado di soddisfare la domanda (89, 2 milioni di b/g) e la IEA si è vista costretta a deliberare il rilascio delle scorte obbligatorie.


Venendo meno la produzione libica (-1,6 milioni di b/g), per i noti fatti bellici, e una quota di quella dei Paesi non Opec (in calo strutturale dello 0,2%), l’incremento delle produzioni saudita (+1,1 milioni di b/g) e irachena (+0,4 milioni di b/g) è stato insufficiente a coprire il deficit. Neanche il lieve aumento dei contributi di altri due grandi produttori – il primo in assoluto, la Russia (10,5 milioni di b/g) e tuttora il terzo, gli Stati Uniti (8,0 milioni di b/g) – è risultato significativo.


Queste problematiche hanno avuto immediate ripercussioni sui prezzi del barile. Il Brent per esempio, nel periodo aprile 2010-aprile 2011 ha subito un aumento che ha portato il prezzo medio di oscillazione semestrale da circa 75 $ a 110 $, e ha raggiunto una quotazione media annuale (2011) di 111,4 $ (+40% rispetto al 2010).


Ma sono soprattutto altri dati offerti dal rapporto UP che si prestano a interpretazioni sui fondamentali di lungo periodo dell’upstream petrolifero: il valore medio annuo del mix di greggio importato dai Paesi OCSE ha toccato il record storico assoluto, in termini sia nominali sia reali, di 106,8 $/b; il prezzo medio decennale 2001-2010 del Brent è salito del 218% rispetto agli anni 1990 (da 18 $ a 57,2 $).


Si tratta di aumenti consolidati che superano la volatilità dei prezzi del greggio spesso associata da molti analisti, come effetto primario, alla finanziarizzazione del mercato del petrolio nel sistema dei titoli a futuri. Le implicazioni del mercato dei future sulla formazione del prezzo non sono in discussione, vista la caratteristica altamente speculativa di questo mercato che è capace di accogliere flussi ingenti di capitali provenienti dal altri settori finanziari e può scambiare in un giorno più dell’intera produzione annuale di petrolio. Tuttavia la sofferenza del rapporto offerta/domanda, ormai in deficit dal 2009, segnala probabilmente il compimento del percorso che ha condotto al limite superiore di produzione del petrolio convenzionale.


I prezzi alti sono ovviamente bene accolti dall’industria estrattiva anche in prospettiva dello sfruttamento delle risorse non convenzionali che presentano costi operativi e ambientali ingenti. La leva dell’impatto economico può così diventare uno strumento motivazionale, a sostegno dei progetti di sviluppo minerario, ancora più consistente nel periodo di crisi. Può beneficiare di questo aspetto anche il settore del gas, non del tutto svincolato dalle dinamiche di prezzo del petrolio, in particolare in Italia.


Suonano come una conferma le recenti dichiarazioni di Stefano Saglia, ex sottosegretario del Ministero dello sviluppo e componente della Commissione Attività produttiva della Camera, sull’opportunità economica di ampliare i limiti di ricerca, sviluppo e coltivazione di idrocarburi per l’offshore nei mari italiani.