Gli investimenti ad alta intensità di gas serra, fonti fossili in primis, potrebbero essere i nuovi mutui subprimes e minare alle fondamenta la stabilità finanziaria dell’intero sistema economico mondiale. E’ il pericolo “carbon bubble”, la bolla della CO2 che potrebbe scoppiare con conseguenze difficili da calcolare. Su queste pagine lo abbiamo raccontato più volte e anche nel mondo finanziario si è sempre più coscienti di questo rischio. In questi ultimi giorni, in contemporanea, da una parte un grande gruppo di investitori si sta rivolgendo alla Banca Centrale Europea proprio per richiamare l’attenzione sul problema, mentre dall’altra Al Gore e l’ex-dirigente Glodman Sachs, David Blood, mettono in evidenza il rischio “carbon bubble” tra i punti principali del loro “manifesto per un capitalismo sostenibile”.

Cos’è la “bolla della CO2”? Per semplificare è il fatto che una grossa fetta della capitalizzazione dell’economia mondiale è basata su investimenti che non posson dare frutti se si vorranno evitare le conseguenze più disastrose del cambiamento climatico. Asset, spesso in mano anche a grandi fondi pensione e Stati, che in pratica potrebbero rivelarsi fasulli.

Una quantità enorme di denaro è infatti impegnata in carbone, petrolio e gas che in futuro probabilmente non potranno essere estratti: con le politiche necessarie a limitare il riscaldamento globale, circa l’80% delle riserve su cui si è finora investito infatti non potrà essere sfruttato (vedi Qualenergia.it). Questo significa che si stanno trattando come asset riserve che sono pari a 5 volte il budget che si potrà usare nei prossimi 40 anni. Poiché la capitalizzazione legata alle risorse fossili su varie Borse ha un ruolo molto importante (20-30% in Borse come quella australiana, Londra, Mosca, Toronto e San Paolo), le conseguenze a catena per l’economia mondiale potrebbero anche essere catastrofiche quando si scoprirà che gran parte di quegli investimenti valgono poco o nulla.

Un concetto che in questi giorni ritorna in avvertimenti che provengono dallo stesso mondo della finanza. “Dato che non se ne conosce il vero valore, questi asset obsoleti hanno il potenziale per ridurre il valore a lungo termine non solo di compagnie a ma di interi settori”, si legge nel manifesto di Al Gore e David Blood (vedi allegato) che hanno dato vita a un fondo di investimenti “verdi”, il Generation Investment Management. “Esattamente quello che è successo quando il reale valore dei mutui subprimes è stato riconosciuto”, dicono i due.

Finché non ci saranno politiche che stabiliscano chiaramente e universalmente un prezzo da pagare per le esternalità negative, emissioni in primis, sarà molto difficile quantificare l’impatto che questi asset “fasulli” potranno avere sull’economia, si spiega.

La stessa preoccupazione è espressa nella lettera che gli investitori dei fondi Aviva Investors e Climate Change Capital si stanno preparando a spedire a Mario Draghi alla BCE, dopo aver già scritto nelle settimane scorse alla Bank of England (vedi secondo allegato). Si parla di “rischio sistemico per la stabilità finanziaria” dovuto all’alta concentrazione di investimenti ad alta intensità di CO2 in Europa. “L’entità della nostra esposizione finanziaria collettiva a investimenti dedicati all’estrazione, ad alta intensità di emissioni e ambientalmente non sostenibili, può divenire un grosso problema nella transizione all’economia low-carbon”.

“Sia nell’FTSE 100 che nel CAC 40, due tra i più importanti indici azionari nell’Unione europea – spiegano gli investitori – le compagnie specializzate in petrolio e gas costituiscono circa il 20% della capitalizzazione del mercato. I livelli di esposizione aumentano ulteriormente se si includono altre risorse naturali e compagnie che producono energia con alta intensità di CO2. Al momento i regolatori non stanno monitorando la concentrazione di investimenti ad alta intensità di carbonio nel sistema finanziario e non hanno idea di quale sia un livello da considerare troppo alto”.