La domanda di petrolio crescerà nel 2012, anche se di poco. Nel complesso l’incremento della domanda sarà inferiore dell’1% (0,9% per la precisione) rispetto al 2011. La domanda arriverà a una media di 89,9 milioni di barili/giorno, circa 800mila b/g in più rispetto al 2011.

Questo ci dice l’ultimo rapporto sul mercato del petrolio dell’International Energy Agency (IEA) che per il sesto mese consecutivo rivede al ribasso le sue previsioni, originariamente fin troppo rosee, sulla crescita della domanda petrolifera. La notizia arriva quando il petrolio al Nimex di New York tocca e supera quota 100 dollari (117,7 è il prezzo del Brent).

La IEA, nel suo February Oil Market Report, prevede che la domanda nei paesi non OCSE crescerà nel 2012 di 1,2 milioni di barile al giorno (+2,8% rispetto al 2011), mentre nei paesi OCSE diminuirà di 400 mila b/g.

A testimoniare questo andamento e la crisi che si è fatta sentire in Europa e negli Usa ci sono anche i dati delll’ultimo trimestre 2011, allorché la domanda ha visto il crollo più netto rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente: nell’UE 690mila b/g in meno e negli USA 530mila b/g.

La esigua crescita della domanda di petrolio nel 2012 prevista dalla IEA sarà probabilmente appena sostenuta da un’offerta che fatica a crescere.

Anche un interessante articolo di James Murray e David King sull’autorevole rivista Nature (tradotto su Le Scienze) spiega che, a partire dal 2005, la produzione convenzionale di petrolio greggio non è cresciuta di pari passo con la domanda. Siamo dentro il picco del petrolio o quanto meno l’epoca del petrolio facile si è chiusa. Si afferma nell’articolo che oggi la produzione è “anelastica”, incapace cioè di seguire la crescita della domanda, e questo “spinge i prezzi a oscillare in modo selvaggio”. Le risorse degli altri combustibili fossili non sembrano in grado di colmare il gap che si sta creando. Ed è questa – si dice – una delle cause della crisi economica che stiamo vivendo. Il risultato è che i prezzi oscillano notevolmente in risposta a modesti cambiamenti della domanda.

Viene presentato il caso emblematico dell’Italia e si spiega perché il prezzo del petrolio abbia dato un forte contributo alla crisi dell’euro nell’Europa meridionale. Qui i paesi dipendono troppo dal petrolio estero. In Italia, nonostante un calo delle importazioni di 388.000 barili al giorno rispetto al 1999, si spendono oggi 55 miliardi di dollari all’anno per importare petrolio!

Il legame tra la produzione petrolifera e crescita economica globale è molto stretto. Ma ci si chiede: chi deve decidere sa leggere questi dati? Il dubbio è più che fondato.