A Copenhagen i paesi ricchi si erano impegnati a costituire un fondo da 100 miliardi di dollari l’anno per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare la questione climatica. A causa della crisi del debito ora sembra che questi soldi non verranno stanziati: all’appello potrebbero mancare 45 miliardi di dollari, stima un report Ernst & Young preparato in vista dei negoziati che inizieranno a Durban lunedì prossimo (28 novembre).

Nel World Energy Outlook 2011 della International Energy Agency, fresco di pubblicazione (vedi Qualenergia.it), si spiega che, per avere qualche possibilità di restare sotto alla soglia critica di 2°C di riscaldamento globale, bisogna agire subito cambiando il tipo di investimenti. Quattro quinti delle emissioni totali di CO2 legate all’energia consentite nello Scenario 450, l’unico che consentirebbe di rimanere entro i 2°C, vi si legge, sono infatti già allocate dallo stock di capitale esistente, ossia implicite in centrali elettriche, edifici, stabilimenti industriali, esistenti o in fase di realizzazione.

Considerando questi due elementi è ancora più grave quanto denuncia un nuovo studio dello Stockholm Environment Institute (in allegato in basso): si sta “regalando” una grossa quantità di finanziamenti per la lotta al global warming nei paesi in via di sviluppo per installare centrali a carbone che verrebbero costruite tali e quali anche senza ricevere quei fondi, e dunque si tratta di denaro sottratto ad altri progetti più efficaci nel ridurre le emissioni.

Il carbone, come sappiamo è la fonte peggiore per il clima, fornisce circa il 40% dell’elettricità mondiale e in economie emergenti e in crescita cone India e Cina arriva a percentuali altissime del mix, rispettivamente al 70 e all’80%. Dal 2007 le centrali a carbone possono ottenere dei Certified Emissions Reductions (CER) attraverso il Clean Development Mechanism (CDM), il meccanismo di compensazione che permette ai paesi ricchi di compensare le proprie emissioni comprando CER che finanziano progetti che dovrebbero ridurre la CO2 nei paesi poveri. Secondo le regole del CDM introdotte nel 2007 (la metodologia ACM0013) anche le centrali a carbone possono ottenere CER a patto che “usino una tecnologia a minor impatto di gas serra”.

Poco importa che anche la centrale a carbone più efficiente produca circa il doppio delle emissioni di una centrale a gas. Inoltre, questione fondamentale, su cui punta il report, è che anche senza i finanziamenti CDM per molte centrali a carbone in costruzione nei paesi in via di sviluppo si sceglierebbe comunque la tecnologia più efficiente, per tutelarsi dall’aumento del prezzo del carbone. In pratica finanziare questi impianti tramite il CDM è come pagare un criminale perché ci accoltelli anziché spararci, con in più la beffa che ci avrebbe accoltellato lo stesso anche senza incentivo, per risparmiare pallottole.

Attualmente (ottobre 2011) ci sono 45 progetti di centrali a carbone, tutti in India e Cina, che hanno chiesto di accedere al CDM, di cui 6 sono già stati ammessi. Significa, di fatto, che 80 GW di potenza a carbone potrebbero essere incentivati. Impianti che per 30-40 anni causerebbero circa 400 milioni di tonnellate di CO2 in più all’anno, una quantità paragonabile alle emissioni di paesi come Spagna, Francia o Sud Africa. Nel loro ciclo di vita queste centrali potrebbero ricevere 451 milioni di CER, che valgono circa 6-8 euro l’uno: circa 3-4 miliardi di euro che, anziché per la promozione di rinnovabili, adattamento o efficienza energetica nei paesi poveri, andrebbero alla fonte peggiore per il clima.