World Energy Outlook, il cupo futuro dell’energia secondo IEA

L'International Energy Agency pubblica l'annuale World Energy Outlook in cui dipinge probabili scenari fino al 2035. Anche in uno scenario di moderata attività pro-clima le fossili rimarrebbero protagoniste e non si eviterebbero i danni peggiori del global warming. Per rimanere sotto ai 2 °C bisogna agire subito e con decisione.

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“Senza un cambiamento coraggioso di direzione politica, il mondo rimarrà bloccato in un sistema energetico insicuro, inefficiente e ad alto tenore di carbonio”, inizia così il comunicato con cui oggi l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), presenta l’edizione 2011 del World Energy Outlook (vedi executive summary in allegato). Per cambiare “c’è ancora tempo per agire, ma la finestra di opportunità si sta restringendo, non possiamo continuare a fare affidamento sugli usi insicuri e ambientalmente non sostenibili di energia”, sottolinea l’Agenzia, tra le istituzioni più autorevoli ma anche più conservatrici del mondo dell’energia, che pure negli ultimi anni, come testimoniano queste parole, è sempre più cosciente della necessità di una svolta energetica.


Una svolta, quella dipinta, che però,  guardando agli scenari per il futuro che la IEA mostra, non sembra essere sufficientemente decisa. Il più “realistico” (nella visione dell’agenzia), il “New Policies Scenario”, presuppone che a livello politico vengano presi impegni moderati per ridurre le emissioni, ma sarebbe comunque inadeguato alla lotta ai cambiamenti climatici: le emissioni per i prossimi 25 anni previste in questo scenario porterebbero ad un aumento della temperatura media del pianeta di oltre 3,5 °C (se nemmeno le politiche relativamente morbide previste fossero applicate si superebbero invece i 6°C).



Il quadro tratteggiato prevede che la domanda di energia primaria aumenti di un terzo tra il 2010 e il 2035, con il 90% della crescita nelle economie “non OCSE”. Il più grande consumatore di energia resta sempre la Cina: entro il 2035 la previsione è che consumi il 70% in più rispetto agli Stati Uniti, pur rimanendo la domanda procapite cinese meno della metà rispetto agli Usa. La quota di combustibili fossili nel consumo mondiale di energia primaria in questo scenario passerebbe dall’81% di oggi al 75% nel 2035 (vedi grafico). Le rinnovabili crescerebbero dal 13% del mix di oggi al 18% nel 2035. Una crescita sostenuta con sussidi che dovrebbero passare dai 64 miliardi di dollari del 2010 a 250 miliardi nel 2035. Supporto che – fa notare l’agenzia – non può essere dato per scontato in questa era di austerità fiscale. Ma i soldi pubblici che vanno alle fossili, ricordiamo, secondo i dati della stessa Iea, nel 2010 erano arrivati a 409 miliardi dollari nel 2010.


Per quel che riguarda il prezzo del petrolio, la previsione Iea per il 2035 è di 120 dollari (2010) al barile. Sempre più forte – si fa notare – la dipendenza da un gruppo ristretto di paesi della regione Medio Oriente e Nord Africa (MENA). E se tra il 2011 e il 2015 gli investimenti petroliferi nella regione MENA non fossero sufficienti (almeno 70-100 miliardi di dollari), il prezzo del barile potrebbe arrivare al 2035 a 150 dollari.


Per quel che riguarda la domanda di petrolio, in questo scenario aumenterebbe dagli 87 milioni di barili al giorno del 2010 a 99 mb/g nel 2035: crescita imputabile soprattutto allo sviluppo del settore dei trasporti nelle economie emergenti. Si prevede infatti che il parco veicoli mondiale raddoppi giungendo a quasi 1,7 miliardi di veicoli. Lenta la penetrazione prevista di tecnologie alternative, come auto ibride o elettriche .


Poco confortante anche la previsione sull’uso del carbone, che ha soddisfatto quasi la metà dell’aumento della domanda globale di energia nel corso dell’ultimo decennio: nello scenario aumenta del 65% entro il 2035.


Per quel che riguarda il nucleare la IEA, per tener conto dell’effetto Fukushima, costruisce due ipotesi: nella prima (integrata nel “New Policies Scenario”) la crescita è solo leggermente rivista al ribasso rispetto all’ultima previsione, ma questa fonte aumenta comunque del 70% entro il 2035, in una seconda ipotesi, definita “Low Nuclear Case”, invece, si prevede che la produzione dall’atomo al 2035 sia il 15% rispetto al 2010 e la sua quota nel mix elettrico mondiale passi dunque dal 13% attuale al 7%.


Quanto sopra vale per il cosiddetto “New Polices Scenario”, centrale nel documento IEA, ma che, come abbiamo detto, è troppo poco ambizioso per evitare le conseguenze più pesanti del global warming. Per stare sotto ai 2°C di aumento bisognerebbe invece che si avverasse un altro scenario ipotizzato dalla IEA, il cosiddetto “450 Scenario”. In questa ipotesi le emissioni dovrebbero raggiungere l’apice entro il 2020 e poi scendere fino ad attestarsi a 21,6 Gt al 2035, rimanendo dunque sotto alla soglia di concentrazione di 450 ppm di CO2.



In questo scenario il peso delle fonti fossili nel mix energetico al 2035 dovrebbe fermarsi al 62%, la domanda mondiale di carbone e di petrolio smettere di crescere entro il 2020 e poi calare del 30%. Gli investimenti aggiuntivi necessari rispetto al New Policies Scenario (pubblici, privati e in termini di spesa per i consumatori) sarebbero 15.200 miliardi di dollari, in parte compensati dal risparmio su combustibili fossili, danni ambientali, climatici e sanitari.


Il problema però è che il tempo stringe ed è sempre più difficile che uno scenario di questo tipo si realizzi: quattro quinti delle emissioni totali di CO2 legate all’energia consentite nello Scenario 450 sono già allocate dallo stock di capitale esistente, ossia implicite in centrali elettriche, edifici, stabilimenti industriali, esistenti o in fase di realizzazione. Se entro il 2017 non verrà implementata una nuova e decisa azione, le infrastrutture connesse al settore energetico esistenti in quel momento produrranno l’intero volume di emissioni di CO2 consentito nello Scenario 450 al 2035.


In poche parole, va fermato quanto prima l’uso delle fonti fossili.

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