Sabato 29 ottobre si svolgerà ad Adria, in provincia di Rovigo, non lontano dalla centrale di Porto Tolle, una mobilitazione nazionale contro le centrali a carbone italiane. Vi parteciperanno 35 organizzazioni sotto l’egida della coalizione “Fermiano il carbone”. La protesta nasce dall’opposizione al progetto di conversione a carbone della centrale Enel (per una potenza di 1.980 MW) situata nel delicato Parco del Delta del Po, e oggi alimentata a olio combustibile (Qualenergia.it, La giornata della mobilitazione nazionale contro il carbone).


Abbiamo parlato spesso si questo progetto sul nostro portale web, così come dell’opzione carbone in Italia. Da noi sono funzionanti 13 centrali alimentate con questo combustibile; emettono ogni anno circa 37,3 milioni di tonnellate di CO2, con il record di quella di Brindisi Sud (Enel) da 2.640 MW di potenza che emette 10,9 Mt CO2/anno. La riconversione della centrale di Porto Tolle sarà un altro schiaffo all’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 nel nostro paese, grazie soprattutto alla spinta della lobby dell’Enel (che però si promuove con spot Tv tutti incentrati sull’energia verde). Il suo Ad, Fulvio Conti, intende portare nei prossimi anni la quota del carbone dal 14% al 20% dei consumi elettrici. L’appoggio acritico della politica nazionale e regionale fa il resto (Qualenergia.it, Il soccorso della manovra al carbone di Porto Tolle).


Ma a parte la questione “emissioni di gas a effetto serra”, già di per sé grave, ci sono altri due aspetti per i quali sarà necessario, dopo il nucleare, attivare un’altra mobilitazione popolare. Il primo motivo riguarda l’aspetto sanitario connesso alle sostanze tossiche che vengono a depositarsi sul territorio circostante. Dal 2008 i terreni intorno alla centrale di Brindisi sono stati interdetti alla produzioni di cibo anche a causa delle polveri disperse durante il trasporto. Sostanze altamente tossiche per la salute come arsenico, cromo, cadmio e mercurio arrivano con i venti anche a diversi chilometri dalla centrale. Un pericolo notevole per la salute, così come quello legato all’emissione di anidride solforosa e di ossido di azoto, che combinandosi con il vapore acqueo, provoca piogge acide, non solo su scala locale.


Un problema di cui invece si parla pochissimo è quello dello smaltimento e dello stoccaggio delle ceneri prodotte dalla combustione. Sono polveri difficili da smaltire perché contengono arsenico, piombo, mercurio e altre sostanze tossiche. Il rischio molto presente, riscontrato negli Stati Uniti da specifici studi, compresi quelli dell’EPA (Environmental Protection Agency), è che i depositi utilizzati non sono sicuri: ci sono numerosi casi di contaminazione delle falde acquifere con inquinamento dell’acqua potabile a causa dei metalli pesanti. Anche questa rivelazione ha portato alla creazione di un movimento dei cittadini Usa “no coal” molto forte ed oggi le pressanti campagne per impedire la costruzione di nuove centrale e la chiusura di quelli esistenti sono anche una sorta di messaggio inviato alla comunità internazionale.


All’Enel e agli altri produttori di energia da carbone chiediamo: dove intendete smaltire le ceneri? Chi pagherà la bonifica e i danni sociali se questa polvere tossica inquinerà l’ambiente?


Le banche di investimenti americane alla luce di questa dura opposizione sul territorio Usa hanno preso coscienza delle problematicità della tecnologia e hanno annunciato, intanto, che i prestiti futuri per centrali a carbone saranno concessi solo alle compagnie che siano in grado di dimostrare che questi impianti potranno garantire profitto anche con l’aumento dei costi conseguente alle future restrizioni del governo federale sulle emissioni di CO2. Costi che diverrebbero proibitivi nel caso in cui si pensi all’utilizzo del sequestro e dello stoccaggio della CO2 (CCS), una tecnologia che abbasserebbe il rendimento delle centrali (in media dal 45 al 35%) e che al momento sembra arrancancare anche a livello tecnico. Sappiamo già che le compagnie elettriche, in particolare quelle tedesche, non avrebbero nessuna intenzione di accollarsi tutti i costi per la loro realizzazione, lasciando allo Stato una parte di questi, e inoltre darebbero le loro garanzie per la gestione dei depositi di stoccaggio (definitivi) della CO2 solo per un periodo limitato, comunque non oltre i 20-30 anni. E per i secoli a venire?


L’altro motivo, altrettanto impellente, per opporsi a queste centrali è che la loro costruzione impedirebbe, da noi come negli altri paesi industrializzati, una decisa e rapida transizione energetica verso le rinnovabili. Costruire oggi una centrale a carbone significa legarsi le mani per altri 40-60 anni, cioè fino a quasi il 2070! Chi promuove la CCS, inoltre, non vuole far altro che, adducendo l’ipotesi del “carbone pulito”, rinviare la sostituzione di queste centrale tra alcuni decenni. Per questo chi oggi vuole un cambiamento epocale del settore energetico, oltre che un passo avanti verso il contenimento del global warming, deve ritenere fondamentale e improcrastinabile una moratoria sul carbone.