La causa del riscaldamento globale si potrebbe riassumere così: il carbonio che si è accumulato sotto terra in alcuni miliardi di anni sotto forma di gas, petrolio e carbone, nell’ultimo secolo e mezzo, a causa dell’intervento umano, sta tornando nell’atmosfera a ritmi impensabilmente veloci per i tempi del pianeta. La soluzione ovviamente è limitare la quantità di CO2 liberata in atmosfera. Ma a che punto della catena della CO2 conteggiare le emissioni e dunque intervenire? Un nuovo studio – targato Carnegie Institution, Stanford e Centro per la ricerca climatica ed ambientale internazionale di Oslo – propone di affrontare il problema dalla radice, cioè guardando all’estrazione e al commercio internazionale dei combustibili fossili (vedi allegato).


Gli accordi internazionali sul clima come il protocollo di Kyoto considerano le emissioni di un paese come la quantità di gas serra che viene rilasciato in atmosfera entro i suoi confini. Un modo di conteggiare piuttosto parziale: nelle emissioni italiane, ad esempio, non si conta tutta la CO2 che finisce in atmosfera per produrre beni che, consumati da noi, sono prodotti altrove, spesso in paesi che non hanno limiti sulla CO2. Un calcolo che minimizza l’impatto dei paesi ricchi con alti consumi e produzione industriale in calo e che può spingere alla delocalizzazione industriale.


Andando a guardare la CO2 incorporata nei prodotti – alla Carnegie Institution lo avevano fatto in uno studio precedente – si vede che oltre un terzo delle emissioni legate al consumo di beni e servizi nei paesi ricchi avviene al di fuori dei loro confini (Qualenergia.it, L’emissione delocalizzata). Ma per capire completamente come funziona la catena mondiale della CO2 bisogna guardare la questione anche da un altro versante: la provenienza dei combustibili fossili da cui hanno origine le emissioni. Ed è appunto quello che il nuovo lavoro ha fatto.


Ne esce una mappa delle emissioni che descrive e integra i tre aspetti: in quali paesi i combustibili fossili vengono estratti, dove vanno e dove vengono bruciati, dove vengono consumati i beni e i servizi ottenuti con quell’energia. Per l’economia di ogni paese (e anche per ogni categoria di prodotti) lo studio fornisce una serie di quantificazioni (consultabili qui): bilanci relativi alle emissioni incorporate nei prodotti importati ed esportarti sia in base alla produzione che in base alla provenienza dei combustibili fossili che stanno dietro alla produzione.


Si vede così che, guardando alle emissioni per produrre i beni consumati, un paese esportatore come la Cina ha un bilancio in passivo di 947 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, mentre gli Usa, consumando molti beni prodotti altrove, sono in attivo di circa 637 milioni di tonnellate di CO2 l’anno (l’Italia di 133, molto, considerate le dimensioni).


Se invece si guardano le emissioni in base alla provenienza dei combustibili necessari alla produzione, ovviamente le cose cambiano: nei paesi poveri di risorse fossili domestiche (come il Giappone), vengono importate tutte le emissioni contenute nei combustibili fossili necessari sia alla produzione che ai consumi; viceversa Arabia Saudita, Venezuela e gli altri petrolieri esportano sotto forma di combustibili fossili centinaia di milioni di tonnellate di CO2. (Grafico sopra a destra: le emissioni incorporate nei prodotti, milioni di tonnellate di CO2 l’anno)


In generale lo studio mostra come e in che misura le emissioni implicite nei consumi e nella produzione delle varie nazioni sul pianeta possano essere ricondotte ai paesi che estraggono ed esportano petrolio, gas e carbone.


L’interdipendenza mondiale in fatto di energia ed emissioni ne esce dipinta con tratti più chiari e rende ancora più evidente come un accordo sul clima non possa essere efficace se non coinvolge in qualche modo tutti. Se da una parte infatti paesi come Usa ed Ue sono responsabili, tramite il regime di consumi dei loro abitanti, delle emissioni dei paesi da cui importano i beni, come Cina e India, dall’altra è chiaro che questi beneficiano economicamente di questi scambi e che lo stesso fanno i paesi che esportano petrolio, gas e carbone, che sono all’origine di tutta la catena. (Grafico sopra a sinistra: le emissioni incorporate nelle esportazioni di combustibili fossili, milioni di tonnellate di CO2 l’anno.)


Ne esce una proposta interessante, accennata nelle conclusioni dello studio: perché non spostare lungo la catena della CO2 la regolamentazione delle emissioni, andando a colpire alla radice? “La concentrazione geografica dei combustibili fossili e il numero relativamente ristretto di operatori, suggerisce che mettere le restrizioni già al pozzo, fuori dalla miniera o dalla raffineria minimizzerebbe sia i costi di transazione che le possibilità di fughe (dal meccanismo, ndr)”.


Insomma, una tassa sulla CO2 globale e messa alla fonte: il peso economico di questa regolamentazione verrebbe poi trasferito lungo la catena da chi estrae i combustibili fossili su produttori e consumatori. Una soluzione che forse alcuni riterrebbero ingiusta nei confronti dei paesi poveri o emergenti, che si troverebbero così a pagare lo stesso prezzo di chi, come i paesi ricchi ha maggiori responsabilità storiche nel cambiamento climatico. Ma che avrebbe un indubbio vantaggio: sarebbe semplice e quasi impossibile da eludere: se la tassa sulla CO2 venisse messa alla fonte, spostare la produzione per sfuggire alle regole sulle emissioni non avrebbe più senso.


(Credit foto titolo: Round America via flickr)