Le vicende libiche sono ovviamente centrali per il mondo dell’energia: dopo 8 mesi uno dei più grandi fornitori di gas e petrolio riapre i rubinetti. Ci si aspetta che il prezzo del barile si abbassi di conseguenza, aiutato anche dal contesto economico mondiale recessivo,  anche se al momento ciò non sta avvenendo (si pensa per altri fattori, tra quelli citati dagli analisti le misure di salvataggio economico europee, le operazioni di manutenzione degli oleodotti nel Mare del Nord, gli attacchi alle condotte in Nigeria e altri).


Come verranno gestite le ingenti risorse di petrolio e gas e naturale libiche resta però da vedere. Si parla di riserve stimate in 46 miliardi di barili di petrolio e circa 54.000 miliardi di piedi cubi di gas anche se potrebbero essere di più, secondo alcuni, che ipotizzano che il regime di Gheddafi ne abbia tenuto nascosta la reale entità.


Si tratta du un petrolio di ottima qualità, “leggero” e adatto alla produzione di benzina. Prima della guerra l’output era di 1,6 milioni di barili al giorno, attualmente si stima ne stia uscendo meno di un quinto. Perché si torni a regime, secondo gli analisti, occorrerà circa un anno. L’Internationa Energy Agency a questo proposito insiste molto sulle persistenti difficoltà sul piano della logistica e della sicurezza degli impianti, che tendono a spostare nel tempo il ritorno ad una produzione di 1,6 milioni di barili/giorno. Secondo alcuni comunque si dovrebbe tornare a 500.000 barili al giorno entro fine anno.


Intanto è partita la gara tra le grandi del petrolio per trarre più vantaggi possibili dal cambio di regime. Anche se il consiglio provvisorio libico ha dichiarato che i trattati in vigore saranno rispettati secondo una consolidata tradizione del diritto internazionale, infatti, “sarebbe ingenuo pensare che questo settore decisivo dell’economia libica non sia uno dei temi cruciali della riorganizzazione dell’assetto industriale del paese” scrive oggi Vittorio D’Ermo su Quotidiano Energia.


In Libia operano Eni, Total, Repsol, Winstershall, Omv, ConocoPhillips, Statoil, BP, Cnpc e Gazprom. Se il nuovo governo libico confermerà tutti gli accordi sottoscritti con Gheddafi, l’Eni potrebbe conservare la leadership, garantendo la continuità degli approvvigionamenti al nostro Paese. Cosa non da poco, visto che fino a gennaio dalla Libia giungevano circa il 23% del greggio e, con il Greenstream , il 10% del gas consumati in Italia.


L’Italia, e cioè l’Eni  – è l’analisi fatta da D’Ermo – dovrà comunque lottare per difendere la relazione privilegiata che si era costruita. “Francia e Regno Unito, che hanno avuto la leadership della coalizione che ha sostenuto sino alla vittoria la rivoluzione, e gli Stati Uniti, impegnati ad indirizzare in senso democratico le richieste di cambiamento del mondo arabo, aspirano infatti ad avere un ruolo politico ed economico di primo piano”. Si pensi ad esempio a Total, che beneficia dell’attivismo del presidente Sarkozy durante il conflitto e che avrebbe già stretto accordi con il comitato di liberazione, (Qualenergia.it, Libia, alla Francia il 35% del petrolio).


“Non sono poi da trascurare gli interessi della Russia e della Cina, attivissima dove ci siano risorse di idrocarburi da valorizzare.”, scrive l’analista, anche se queste due nazioni potrebbero essere penalizzate dal mancato appoggio ai ribelli contro il regime di Gheddafi. Altri ancora gli attori in gioco, come la Turchia che, “forte della sua economia in forte espansione e della sua caratteristica di paese islamico moderno, si sta presentando come nazione di riferimento per la vasta area che una volta costituiva l’impero ottomano”.