Patto dei Sindaci, quei miliardi che l’Italia rischia di perdere

Con il Patto dei Sindaci l'Europa finanzia direttamente ai Comuni progetti che permettono di ridurre le emissioni, rilanciando l'economia locale e rimpinguando le casse degli enti locali. Ma in Italia un ostacolo impedisce di sfruttare questi finanziamenti: i fondi per gli studi preliminari, già stanziati dall'Ue, sono bloccati dalle Regioni.

ADV
image_pdfimage_print

Grazie all’Europa le città italiane potrebbero rimpinguare le proprie casse aiutando l’ambiente e rilanciando le economie locali, ma nel nostro Paese non si sta sfruttando l’occasione. I finanziamenti  europei che gli enti locali potrebbero sfruttare infatti non vengono chiesti e questo accade perché i Comuni non hanno i soldi per presentare gli studi preliminari. Eppure i soldi ci sarebbero: 10 miliardi a fondo perduto stanziati dall’Ue, che però restano bloccati nelle Regioni. Il Patto dei Sindaci è uno strumento di cui su queste pagine abbiamo parlato spesso (Qualenergia.it, I sindaci hanno un patto):  permette ai Comuni di realizzare progetti per ridurre le emissioni e aumentare la sostenibilità ambientale delle città grandi e piccole grazie a finanziamenti agevolati elargiti direttamente dalla Banca europea per gli investimenti. Progetti che spesso oltre a fare bene all’ambiente e al clima rilanciano le economie locali e rimpolpano le casse degli enti locali: proprio quello che servirebbe in questo momento. In Italia però il Patto non sta funzionando come potrebbe, il perché lo spiega a Qualenergia.it l’europarlamentare Rosario Crocetta.

Iniziamo con lo spiegare cos’è il Patto dei sindaci e cosa potrebbe fare …

E’ uno strumento straordinario. Serve non solo ad abbattere le emissioni di CO2, ma anche a garantire uno sviluppo sostenibile alle città. Il meccanismo è semplice: è l’unico strumento europeo che mette in rapporto diretto le città con l’Europa – senza passare per livelli intermedi come Stato o Regioni. Permette di intervenire nel campo delle rinnovabili, dell’edilizia e della mobilità sostenibili. I progetti finanziabili sono svariati, da interventi di urbanistica, a rimboschimenti e non da ultimi, investimenti in fonti rinnovabili. I Comuni possono risparmiare sulla propria bolletta energetica installando ad esempio pannelli solari sui propri edifici, o diventare produttori di energia da vendere, installando impianti a fonti rinnovabili nei terreni comunali che spesso restano inutilizzati, magari con forme di collaborazione con i privati.

Come funzionano i finanziamenti?

Il Comune presenta il progetto direttamente alla Commissione Europea e la Banca Europea degli Investimenti dà tutti i soldi, concede cioè un finanziamento, a tassi agevolati, prossimi allo zero, e che può essere restituito dopo 20 anni. La cosa può essere molto vantaggiosa: ad esempio investendo in rinnovabili un comune può tagliare da subito del 50% la propria bolletta energetica, non solo autofinanziando in pratica il progetto, ma liberando risorse che possono essere investite.

In questi tempi di vacche magre per i Comuni sembra allettante…

Certo e inoltre un altro elemento di forza di questo strumento è che le spese che si sostengo per realizzare i progetti non sono soggette ai vincoli del cosiddetto patto di stabilità. Insomma è uno strumento molto interessante, specie in questi tempi di taglio dei trasferimenti verso gli enti locali. Una misura capace di creare sviluppo e rilanciare l’economia: indotto per le imprese locali, creazione di posti lavoro adatti ai giovani qualificati, ecc.

Sembrerebbe l’ideale per i Comuni in questo periodo. Perché allora finora sono così pochi i centri italiani ad averne approfittato?

Molto spesso i  Comuni non hanno le specializzazioni interne necessarie per mettere in piedi questi progetti, essendo la materia relativamente nuova e non hanno il supporto tecnico da parte delle Regioni, che invece – stando alle indicazioni europee – dovrebbero garantirlo. Ma soprattutto ai Comuni mancano i soldi per redarre gli studi preliminari per presentare i progetti: l’Europa finanzia ai Comuni i progetti ma non gli studi. Questi studi attualmente sarebbero già coperti da un finanziamento europeo a fondo perduto da circa 10 miliardi a disposizione delle Regioni, che però non lo sbloccano.  La Regione Sicilia ad esempio ha ricevuto dall’Ue circa 820 milioni di euro per investimenti nelle rinnovabili: fare dei gli studi per progetti per ciascuno dei 380 comuni siciliani non costerebbe più di 20 milioni. Perché le Regioni invece di perdere tempo non trasferiscono subito questi soldi agli enti locali in modo che si possano attrezzare: fare le delibere di adesione al Patto dei Sindaci, incaricare i tecnici per fare gli studi e chiedere i finanziamenti?

Perché?

Purtroppo in Italia c’è la logica di accentrare sempre: prima bisogna fare il piano energetico nazionale. Poi quello regionale. Poi stabilire dei criteri su come utilizzare questi fondi europei. Nel frattempo noi rischiamo di perdere i finanziamenti: come mi ha confermato il responsabile europeo per il Patto dei Sindaci, se l’Italia continua a non utilizzare i fondi questi verranno dirottati verso altri Stati membri che invece li stanno utilizzando. Ad esempio la Germania, che è in testa nell’utilizzo dei fondi europei per le energie rinnovabili, spesso con progetti nel solare, cosa paradossale considerando la minor quantità di sole che riceve rispetto all’Italia.  Lo scopo del Patto dei sindaci è di saltare l’intermediazione di Stati e Regioni per creare un rapporto diretto tra l’Europa e i Comuni. Non c’è bisogno di nessun piano nazionale per permettere ai Comuni di risparmiare sulla propria bolletta energetica, anche perché sono cose molto semplici da fare. Se invece ci ci si attiene alla solita logica della programmazione centralizzata, accentrando la gestione dei fondi per realizzare gli studi, si rischia di bloccare lo sviluppo.

Viene da chiedersi perché l’Europa non finanzi direttamente ai Comuni anche gli studi preliminari, anziché solamente i progetti.

Questa è una proposta che intendo fare in sede europea. In Europa si pensava che avendo dato i fondi alle Regioni queste avessero operato (per finanziare gli studi dei progetti dei Comuni, ndr), come è successo in altri paesi. Probabilmente l’Europa non finisce mai di conoscere veramente l’Italia …

ADV
×
0
    0
    Carrello
    Il tuo carrello è vuotoRitorna agli abbonamenti