Tar sands canadesi, Obama e gli equilibri energetici globali

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Centinaia di arresti durante le manifestazioni per convincere l’amministrazione Usa a bloccare il Keystone pipeline. Una decisione su cui il governo di Obama si gioca il proprio futuro e che potrebbe cambiare gli equilibri energetici e geopolitici a livello globale. La realizzazione del progetto decreterebbe il “game over” per il clima.

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Le sabbie bituminose canadesi preoccupano l’opinione pubblica degli Stati Uniti. Nelle scorse settimane, in una grande protesta (video) organizzata davanti alla Casa Bianca, l’America ambientalista (www.tarsandsaction.org) ))ha fatto sentire la propria voce contro il Keystone XL pipeline un’opera mastodontica proposta dalla canadese TransCanada. Il condotto che dovrebbe trasportare il petrolio semilavorato estratto dalle sabbie della zona dell’Alberta fino alle raffinerie del Golfo del Messico, è in attesa dell’approvazione da parte del governo americano. Il via libera all’opera si tradurrebbe in un aumento dei volumi di petrolio da sabbie bituminose in ingresso negli Usa. Uno scenario che preoccupa gli ambientalisti e che potrebbe alienare al presidente le simpatie di una grossa parte dell’elettorato e mettere in discussione anche l’esito delle prossime elezioni.


L’amministrazione Obama dovrà prendere una decisione entro fine anno, ma le pressioni da parte di chi si oppone all’opera sono iniziate da tempo. La protesta, portata avanti per due settimane durante il mese di agosto, ha avuto l’appoggio di molte personalità del mondo del giornalismo e della scienza, richiamando l’attenzione dei media internazionali anche grazie all’arresto di 1.252 persone. Tra queste James Hansen, direttore del Nasa Goddard Institute for Space Studies, che, in occasione dell’arresto ha dichiarato che la realizzazione del condotto e lo sfruttamento delle sabbie bituminose del Canada decreterebbero il “game over” per il clima.


Nei giorni della dimostrazione, tuttavia, le speranze dei manifestanti sono state spazzate via dalla notizia della pubblicazione da parte del Dipartimento di Stato della definitiva valutazione di impatto ambientale sul progetto. Di fatto il parere del Dipartimento di Stato sembrerebbe positivo: il documento elenca un limitato numero di questioni ambientali, insufficienti a bloccare il progetto. Nessuna alternativa è stata presa in considerazione, né il ricorso ad altri mezzi di trasporto, né la scelta di un tracciato alternativo rispetto a quello attualmente ipotizzato che passa attraverso la più grande risorsa di acqua degli Usa.


Secondo gli oppositori, il Dipartimento di Stato avrebbe utilizzato, nella propria valutazione, le proiezioni fatte dalla stessa TransCanada, la quale tuttavia non sembrerebbe degna di incondizionata fiducia. Infatti sul primo tratto di oleodotto già realizzato, nel giro di poco più di un anno, sono state riportate 12 perdite (14 secondo altre fonti) pari a 30.000 galloni di greggio disperso, mentre l’azienda aveva previsto che potesse verificarsi l’ipotesi di una perdita di 50 galloni su un arco di sette anni.


A seguito della pubblicazione della valutazione di impatto ambientale si è aperto un periodo di 90 giorni per i commenti pubblici e infine seguirà la decisione definitiva da parte dell’ufficio del segretario di Stato Hillary Clinton. La questione è tuttavia abbastanza delicata da ritenere probabile che la presidenza stessa sarà coinvolta nel processo decisionale.


Molti ritengono che si tratti della decisione più delicata del mandato di un presidente che, durante la campagna elettorale, prometteva di agire per portare, entro il 2020, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera entro quel parametro di 350 parti per milione che metterebbe al riparo da eventi catastrofici. Lo stesso presidente che soltanto una settimana fa ha ceduto alle pressioni degli industriali e messo nel cassetto un progetto di legge che avrebbe dovuto imporre standard più rigidi sulla qualità dell’aria


Un maggiore sfruttamento delle sabbie bituminose non potrebbe che portare più in alto i livelli delle emissioni americane. L’estrazione delle tar sand della regione dell’Alberta è la più grande operazione industriale del pianeta, sta provocando la distruzione di un’area di foresta boreale di 740.000 acri e riguarda una superficie della grandezza della Florida. La produzione di petrolio da queste sabbie produce quasi il 40% di emissioni in più delle operazioni convenzionali e richiede 172 miliardi di galloni di acqua all’anno.


La decisione sul Keystone pipeline avrà effetti su quanto e come le riserve di sabbie bituminose canadesi verranno sfruttate ed effetti anche sul mercato internazionale dell’oro nero. E il governo del Canada, che sovvenziona il settore, non ha finora fatto segreto del proprio consenso al progetto e ha portato avanti azioni di pressione nei confronti del governo americano sulla regolamentazione delle emissioni.


Quella a cui è chiamato Barack Obama è una scelta strategica che potrebbe cambiare gli equilibri energetici e geopolitici a livello globale. Come ha spiegato a QualEnergia.it, Jemie Henn, uno degli organizzatori delle proteste e portavoce del gruppo 350.org: “Se il presidente Obama negherà il permesso per questo condotto manderà un segnale forte: che gli Stati Uniti stanno iniziando a orientarsi concretamente verso fonti energetiche pulite  e rinnovabili. Se darà il permesso per costruire l’opera, semplicemente aumenteremo la nostra dipendenza dal petrolio. Si tratta di un test fondamentale per il presidente e per gli Stati Uniti, il mondo dovrebbe osservare con attenzione quello che avverrà nei prossimi mesi”.

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