Il Parlamento europeo ha detto di ‘no’ all’innalzamento incondizionato dell’obiettivo 2020 sulle emissioni. La votazione di ieri si conclude con un nulla di fatto. Secondo molti è un’occasione sprecata, mentre gli Stati membri dipendenti dal carbone e le industrie più energivore tirano un respiro di sollievo. La bozza di risoluzione che si sarebbe dovuta votare inizialmente prevedeva che l’UE, senza aspettare un accordo mondiale sul clima, portasse l’obiettivo 2020 sulla CO2 dal -20% rispetto ai livelli del 1990 al -30%. In prima battuta il testo è stato stravolto da una serie di emendamenti voluti dal centro-destra che facevano cadere l’incondizionalità dell’innalzamento e, poi, veniva bocciato con 347 contrari e 258 favorevoli, e 63 astensioni.

A favore del -30% da adottare unilateralmente si erano schierati Stati membri importanti come Regno Unito, Francia e Germania e si era espressa a favore la Commissaria al Clima, Connie Hedegaard. Allo stato attuale invece vince chi, come la Polonia, paese che ha appena assunto la presidenza semestrale dell’UE, si è opposto all’innalzamento dell’obiettivo.

La posizione di questo blocco, sostenuta anche dal Commissario all’Energia, Günther Oettinger, è che portare al -30% la riduzione delle emissioni senza attendere gli impegni sulle emissioni delle altre grandi economie nuocerebbe alla competitività del vecchio continente e potrebbe portare alla fuga di molte industrie europee. Per far passare questi argomenti, denunciano parlamentari dei Verdi europei, ieri a Bruxelles sono state molto attive lobby come BusinessEurope (cui aderisce la nostra Confindustria) e Eurofer, l’associazione delle industrie siderurgiche. Stavolta l’hanno spuntata, ottenendo lo stravolgimento della bozza, che di conseguenza è stata bocciata.

L’unica pronuncia ufficiale dal Parlamento europeo in merito resta la raccomandazione approvata a novembre dell’anno scorso, con la quale l’organo si esprimeva a favore del -30% da adottare senza aspettare gli altri paesi. Due settimane fa in Consiglio Ambiente una proposta compromesso, quella di portare l’obiettivo dal -20 al -25% (sempre rispetto ai livelli del 1990), peraltro senza rendere questo nuovo obiettivo vincolante, era stata bocciata a causa del veto di Varsavia; un solo Stato contrario su 27.

Il voto di ieri in Parlamento segna una battuta d’arresto, ma la partita non è chiusa. “Mentre c’è ancora una discussione all’interno del Parlamento sul quando passare a una riduzione del 30%, il voto ha mostrato che una larga maggioranza è a favore dell’idea di andare oltre il 20%”, ha dichiarato la Commissaria Connie Hedegaard. Ma sembra difficile ora che l’Europa innalzi l’obiettivo senza aspettare un accordo mondiale sul clima.

Una vera occasione sprecata e una lacuna che verosimilmente comprometterà anche gli obiettivi che l’UE si è data per il 2050. Fermarsi al -20% al 2020 è troppo poco se si vuole raggiungere l’obiettivo della low carbon roadmap europea che punta a tagliare la CO2 dell’80% per metà secolo: lo dicono chiaramente gli studi della Commissione (Qualenergia.it, La strada europea per ridurre le emissioni dell’80%).

C’è poi l’aspetto economico: dopo il calo delle emissioni dovuto alla crisi, il -30% si è rivelato molto più a portata di mano di quel che si credeva e raggiungerlo darebbe  consistenti vantaggi economici. Secondo i calcoli della Commissione, infatti servirebbero investimenti (pubblici e privati assieme) per 270 miliardi l’anno, pari all’1,5% del Pil. Ma i benefici sarebbero molto maggiori:  il solo risparmio di combustibili fossili andrebbe dai 175 ai 320 miliardi all’anno (aumentando nel corso del periodo di 40 anni). Senza azione e con il previsto aumento dei prezzi, invece, la bolletta energetica al 2050 potrebbe costare all’Europa 400 miliardi in più all’anno, ossia circa il 3% del Pil.  A questo si aggiungano altre voci come le ricadute su qualità dell’aria e costi sanitari (fino a 88 miliardi l’anno nel 2050), oltre che sull’occupazione.

Essere il leader mondiale nella lotta al clima ed agire prima degli altri e con più decisione, insomma, potrebbe essere un vantaggio competitivo determinante per l’Europa. Ma dal voto di ieri sembra proprio che in Parlamento ci sia chi da questo orecchio proprio non ci vuole sentire.