Ancora una conferma delle riluttanze a tagliare i sussidi alle fonti fossili. E’ unanimemente riconosciuto che i sussidi alle fonti fossili alterano gli equilibri del mercato energetico e causano un impatto negativo sul global warming favorendo l’incremento delle emissioni di CO2 in atmosfera. La convergenza su questo aspetto è tale che nel corso degli anni numerosi trattati e convenzioni internazionali hanno definito obiettivi di riduzione di queste forme sussidiarie. Intanto centinaia di miliardi di dollari ogni anno (nel 2009 312 mld di $ per la IEA) vengono erogati a livello mondiale per rendere i consumi dell’energia più economici.


Abbiamo già evidenziato che a partire dagli impegni assunti con il Protocollo di Kyoto (nell’art. 21), molti Paesi hanno siglato accordi per liquidare i sussidi inefficienti alle fonti fossili, per es. in sede congiunta G20-APEC, e abbiamo segnalato come la stessa IEA (Qualenergia.it, World Energy Outlook: tagliare i sussidi alle fonti fossili) abbia sottolineato l’opportunità di procedere nella stessa direzione. Tuttavia alle dichiarazioni di intenti non corrispondono i fatti. Prova ne sia l’opacità colpevole con cui i governi trattano l’argomento e di cui si fornisce ampia documentazione nel rapporto del Global Subsidies Iniziative (GSI) dal titolo We ask your goverment, How much its fossil-fuel subsidies cost (pdf). La mancanza di trasparenza che emerge da questo lavoro di ricerca, in cui i governi e le istituzioni energetiche sono state sollecitate sulle quantità totali di sussidi alla produzione e al consumo delle fonti fossili negli ultimi tre anni fiscali, denuncia la volontà occulta di non intervenire per ridurre le alterazioni di mercato a vantaggio dell’industria delle fossili. Se così non fosse, non risulterebbero confermate molte condizioni che ostacolano l’applicazione di una efficace e credibile exit strategy dal regime sussidiario vigente nell’ambito di petrolio, gas e carbone. E’ sufficiente richiamarne alcune per aver un quadro realistico e di prospettiva.


Su 80 Paesi consultati dai ricercatori GSI soltanto 40 hanno fornito informazioni sulle forme praticate di sussidio alle fossili. Di questi solo, 27 lo hanno fatto in maniera completa. Su 13 Paesi del G20 soltanto 4 (Germania, Sud Africa, Russia e India) hanno rilasciato informazioni su tutti gli aspetti di interesse (paradossalmente uno di questi, la Russia, in valori non confermati dalle agenzie internazionali) e ben 5 (Francia, Italia, Polonia, Spagna, Turchia), tra cui dolorosamente spicca il nostro, hanno offerto un muto diniego alle richieste.


Alcuni Paesi hanno trasmesso i dati in modo parziale e incompleto malgrado dispongano di una legislazione sul diritto di accesso all’informazione (Mapping the characteristics of producer subsidies). Questo è il caso degli Stati Uniti dove i funzionari contattati hanno prodotto stime sui sussidi federali a petrolio, gas e carbone, ma soltanto per l’anno 2007 e in misura minore rispetto alle valutazioni di organizzazioni indipendenti: 16,6 mld $, facendo riferimento a rapporti EIA, contro 49 mld $ stimati da Earth Track.


Le contabilità nazionali non prendono in esame tutte le forme in cui possono essere erogati i sussidi alle fonti fossili. Mentre i trasferimenti diretti di fondi, relativamente facili da identificare, ne sono in genere inclusi, i sussidi messi a disposizione attraverso mancate entrate nelle casse dello Stato (esenzioni fiscali o l’opportunità di procurare diritti di coltivazione mineraria a basso costo), attraverso acquisti di beni o servizi effettuati o favoriti dallo Stato, oppure secondo facilitazioni sui normali costi o procedure sono più difficili da rilevare e raramente sono inseriti nelle contabilità nazionali (The importance of transparency in accelerating the reform of fossil fuel subsidies– pdf).


In molti Paesi uno dei principali impedimenti alla contabilità accurata di questi sussidi è costituito dalla incapacità, frequentemente per mancanza di risorse destinate, di conteggiare i contributi erogati dai livelli giurisdizionali inferiori a quello nazionale, spesso di considerevole entità. Soltanto la Germania si è dotata in questo senso di una legge che richiede a tutti i livelli, anche subnazionali, la rendicontazione dei sussidi. Per quanto riguarda la scarsa trasparenza dei dati, malgrado la limitatezza delle risorse ne rappresenti una grave pregiudiziale che colpisce in maggior misura i Paesi in via di sviluppo, non si deve cedere alla tentazione di attribuire a questa condizione la causa esclusiva del problema. La Moldavia, per esempio, pur essendo uno dei Paesi più poveri d’Europa, ha fornito informazioni dettagliate su tutto lo spettro delle questioni richieste.


In alcuni ambiti geopolitici, l’opacità dei dati è anche favorita dalla necessità di oscurare pratiche illegali nella gestione di attività molto esposte al rischio corruzione. In questa prospettiva sono riconosciute particolarmente vulnerabili sei aree: sottopagamento delle royalties, attribuzione delle licenze di coltivazione di petrolio e gas, irregolarità nelle attività delle compagnie di Stato, distribuzione dei profitti nei contratti di production-sharing, sfruttamento di espedienti per nuovi e artificiosi schemi di sussidio. Di qui la riluttanza di alcuni funzionari a rivelare le politiche sussidiarie per le fossili, come nel caso della Nigeria (Sanusi on petroleum subsidy removal).


Sussidi ricorrenti e strutturali che sfuggono alla contabilizzazione continuano poi provenire dalle stesse compagnie energetiche di Stato, in particolare delle industrie associate ai combustibili fossili. Le società statali spesso gestiscono le risorse energetiche di un Paese beneficiando di un ampio spettro di misure economiche e fiscali che generano bassi costi operativi: trasferimenti finanziari, tassi di credito favorevoli, garanzie governative di diritto di accesso alle reti (pipeline ecc.).