I paesi sviluppati non hanno ridotto la loro impronta in termini di CO2,  hanno semplicemente delocalizzato le emissioni. Colpa dell’aumento delle importazioni. Se si compra in Italia un elettrodomestico prodotto ad esempio in Cina, le emissioni legate alla sua produzione sono conteggiate come a carico del paese produttore, che non ha obblighi di riduzione della CO2. Restano invece invisibili nel paese che consuma il bene. In questo modo la nazione importatrice aumenta certamente la sua carbon footprint, anche se a livello contabile le sue emissioni restano uguali.

Un problema non da poco dato che per produrre laumentato flusso di beni che arrivano nei paesi ricchi da quelli emergenti, si emette una quantità di CO2 diverse volte superiore a quella che i paesi ricchi sono riusciti a tagliare dal 1990. Ecco allora che le nazioni del cosiddetto annex B del protocollo di Kyoto, le uniche ad avere impegni di riduzione per il 2012, possono dichiarare di aver tagliato emissioni che in realtà hanno solo trasferito nei paesi in via di sviluppo.

Una questione spinosa, da affrontare nella definizione del prossimo accordo mondiale sul clima. Diversi studi la avevano già sollevata (Qualenergia.it, L’emissione delocalizzata), l’ultimo, e il più esaustivo finora, arriva dal Center for International Climate and Environmental Research–Oslo ed è stato pubblicato solo alcuni giorni fa (qui l’abstract e in allegato la versione integrale). Le conclusioni a cui arriva questa analisi capovolgono la visione che abbiamo sul contributo che le varie nazioni stanno dando alla lotta per il clima.

Normalmente – ossia conteggiando le emissioni prodotte sul territorio – si considera che i paesi sviluppati, quelli dell’annex B, abbiano tagliato la CO2 in media del 2% dal 1990 al 2008. Se però si includono le emissioni legate alla produzione di beni consumati nei paesi ricchi, ma prodotti in quelli non annex B, le cose cambiano: i paesi ricchi non hanno ridotto le emissioni del 2%, ma le hanno aumentate del 7%. Escludendo dal conteggio Russia e Ucraina, che hanno avuto una fortissima riduzione delle emissioni dal 1990 a causa del crollo del modello sovietico, le emissioni dei paesi annex B sarebbero aumentate ben del 12%.

Gran parte dell’incremento, si scopre, è da attribuire agli Stati Uniti: secondo il Protocollo di Kyoto, che non hanno mai ratificato, avrebbero dovuto ridurre le emissioni del 7% entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990. Al 2008 le avevano invece aumentate del 17%, percentuale che sale al 25% se si contano anche quelle legate alla produzione dei beni importati. L’Europa, che ha come obiettivo 2012 un meno 8%, al 2008 era già arrivata al meno 6%: se però si includono le importazioni, in realtà le emissioni non sono diminuite, bensì aumentate dell’1%.

Il messaggio che questi dati ci lanciano è allarmante, specie perché all’orizzonte non c’è ancora un accordo che riduca le emissioni nei paesi emergenti ed esportatori. Lo studio, spiega Glen Peters, uno degli autori, ci mostra “che l’approccio attuale concentrato sulle emissioni territoriali in un gruppo di paesi potrebbe essere inefficace nel ridurre le emissioni“.

E’ facile infatti, aggiungiamo noi, ridurre le emissioni in paesi come quelli ricchi con economie sempre più indirizzate verso terziario e servizi, se le si conteggia solo sulla produzione. Se si tenesse il conto delle emissioni in base ai consumi e non alla produzione, le prestazioni di paesi sotto accusa come la Cina, maggior emettitore mondiale secondo il conteggio tradizionale, andrebbero riviste. Il gigante asiatico, che ha un’economia in larga parte basata sull’export, infatti vedrebbe la propria quota di emissioni ridotta di circa un quinto, passando alle spalle degli Usa nella classifica degli emettitori di gas serra.