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Atomo, dietrofront tedesco. L’Italia pensa al piano B?

In Germania anche le grandi utility vogliono uscire in fretta dal nucleare. In Italia invece la voglia di atomo è ancora viva: la moratoria del governo Berlusconi, secondo un dossier dei Verdi, sarebbe solo un trucco per avviare nuove alleanze scaricando i francesi EPR e puntando sui reattori americani Westinghouse.

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Il governo giapponese ha reso ufficiale che l’incidente alla centrale di Fukushima è passato al livello 7: il massimo nella scala degli incidenti atomici, quello, per capirsi, che è stato assegnato alla tragedia di Chernobyl. Intanto le disavventure dei reattori giapponesi continuano a far sentire la loro pesante influenza sulle politiche nucleari in Europa: la fuga dall’atomo della Germania nel post Fukushima è sempre più decisa, mentre il governo Berlusconi, come sappiamo, ha disposto una moratoria di un anno per i suoi piani di rilancio. Uno stop che però secondo molti è solo strategico e che potrebbe nascondere un “piano B”: prendere tempo per far calare l’attenzione, facendo fallire il referendum, ma anche cambiare la cordata che realizzerà le nuove centrali puntando sull’americana Westinghouse e abbandonando gli EPR francesi. Una tesi sostenuta in un dossier pubblicato ieri dai Verdi italiani (vedi allegato).


In Germania, l’ultimo capitolo del dietro-front nucleare è stato scritto nei giorni scorsi. Anche le grandi aziende dell’energia hanno chiesto di abbandonare completamente il nucleare entro il 2020. L’associazione di categoria Bundesverband der Energie und Wasserwirtschaft (BDEW) ha preso posizione tramite un editoriale sul Frankfurter Allgemeine Zeitung di sabato, scritto dalla presidente Hildegard Mueller. L’ultima centrale dovrà essere staccata dalla rete nel 2023 come previsto dalla legge del 2002, poi rimessa in discussione, vi si legge. Parole significative perché vengono dalla grande industria dell’energia, rappresentata peraltro da una portavoce – la Mueller – che è anche un ex leader CDU nonché politicamente molto vicina ad Angela Merkel.


Ovviamente alcune aziende si sono dissociate: è il caso di E.ON, RWE, Vattenfall e EnBW. Queste hanno anche sospeso i pagamenti al fondo per promuovere le rinnovabili creato “in cambio” dell’estensione della vita delle centrali. Il piano per prolungare la vita delle centrali tedesche voluto dalla Merkel, come sappiamo, è stato congelato dopo l’incidente in Giappone. Già il 15 marzo la Cancelliera ha ordinato di spegnere centrali per 7mila MW di potenza. Ora la presa di posizione della BDEW, per come si stanno mettendo le cose, potrebbe essere il preambolo per un abbandono definitivo e rapido del nucleare da parte del Paese, che vi soddisfa il 23% del suo fabbisogno elettrico. Gli ultimi dati pubbliciati dall’Ufficio federale statistiche tedesco ieri, dicono che le rinnovabili, quadruplicate negli ultimi 20 anni, soddisfano circa il 17% del fabbisogno elettrico.


E in Italia invece? Fukushima ha messo definitivamente fuori gioco i piani di rilancio atomico del governo? Secondo molti non è così e la pausa potrebbe essere solo strategica: “un trucco per avviare nuove alleanze economiche e per scaricare i francesi puntando sulla tecnologia statunitense dei reattori Westinghouse”, spiega un dossier pubblicato dai Verdi.


La scelta della tecnologia sarebbe infatti determinata principalmente da equilibri politici e il mutare di questi porterebbe via dai francesi di Areva-EDF e nelle braccia della Westinghouse. In particolare, non tanto verso l’Ap1000, ma verso il suo piccolo reattore modulare Iris, una macchina da 335 MW “che potrebbe essere appetibile a una moltitudine di soggetti, oltre a Enel ed Eni, e che si adatterebbe bene all’orografia del nostro Paese, poiché necessita di reti di trasmissione elettriche di medie dimensioni e di poca acqua per il raffreddamento”, spiega il dossier. In uno degli scenari ipotizzati dal Politecnico di Milano per il ritorno dell’Italia all’atomo gli Iris sarebbero 20 per 10 siti.


Nell’inchiesta dei Verdi si spiegano i retroscena di questo cambio di cavallo. Nella costruzione dei reattori Westinghouse avrebbe un ruolo importante Ansaldo, che non aveva visto di buon occhio la “benedizione” del governo alla tecnologia concorrente EPR . Dalle pressioni di Ansaldo, e da interessi americani, nascerebbero accordi con gli Usa per promuovere la tecnologia Westinghouse. Nel frattempo, continua il dossier, “altri appetiti si concentrano sul nucleare nucleare. E.On e GdF-Suez costituiscono una seconda cordata, l’altra è Enel-Edf per il nucleare con la benedizione di Gianni Letta, ma alla cordata hanno manifestato interesse Saipem (Eni), Ansaldo Energia (portatrice della tecnologia Westinghouse) e le utility A2A, Hera e Iren; mentre Edison è orientata verso Enel-Edf. Ap 1000 e Iris sono i reattori ideali per questi soggetti che possono così giocare ad avere un ruolo con il nucleare anche a livello locale.”


A spostare definitivamente gli equilbri secondo i Verdi, l’uscita di scena del ministro Scajola e del direttore del ministero Sergio Garribba, che ha spinto con forza sull’opzione francese. Ora dunque la tecnologia favorita sarebbe quella americana: “Sicuramente Prestigiacomo, Frattini e Letta sono per questa opzione, Romani è su una posizione d’attesa e anche Berlusconi, viste le frizioni sul piano internazionale con Sarkozy è diventato abbastanza freddo sull’Epr.”


Insomma, sotto la cenere della moratoria la brace del “rinascimento atomico” continua ad ardere e si decidono le tecnologie che ne saranno protagoniste. Alla luce del dossier dei Verdi acquistano un senso preciso anche alcune delle parole con cui Umberto Veronesi, a capo dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, ha espresso, una settimana dopo l’incidente giapponese, i suoi primi dubbi sulla sicurezza del nuovo nucleare, invitando a una pausa di riflessione: «Molti si domandano se il modello delle centrali nucleari di grossa taglia, come sono oggi tutte quelle del mondo, sia quello da continuare a realizzare; oppure se non è possibile e opportuno considerare l’adozione di reattori più piccoli e modulari: una rete di mini reattori. Alcuni di questi modelli progettuali sono già in produzione e dovremo studiarne a fondo le caratteristiche e la fattibilità», dichiarava a Repubblica il 19 marzo scorso.

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