La Banca Mondiale abbandona il carbone?

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Nelle nuove regole che la World Bank vorrebbe darsi c'è un cambio negli investimenti in energia. Niente più finanziamenti a centrali a carbone, ma con la significativa eccezione dei paesi più poveri. Una svolta a metà, che risolve solo in parte la grave contraddizione della Banca su clima ed energia.

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La Banca Mondiale chiuderà il rubinetto dei finanziamenti all’energia sporca? Non del tutto e non subito, ma qualcosa starebbe per cambiare nella politica dell’istituto multilaterale, in questi anni spesso sotto accusa per il denaro investito in progetti nemici del clima. Secondo le nuove regole che vorrebbe darsi, la Banca, infatti, frenerebbe bruscamente nel finanziamento di progetti di centrali a carbone, cedendo così alle pressioni di chi è preoccupato per le emissioni.


Ma sarebbe più giusto dire che questa frenata è solo parziale: la nuova proposta di regolamento, vista dal Guardian e che sarà a breve consultabile, limiterebbe e non cancellerebbe del tutto la possibilità che la World Bank finanzi il carbone. I prestiti per l’energia più inquinante dal punto di vista del clima potrebbero cioè essere concessi solo ai paesi più poveri e con un grave deficit nella produzione elettrica e solo in mancanza provata di valide alternative per soddisfare il fabbisogno elettrico.


La nuova linea sull’energia verrà approvata definitivamente solo nei prossimi mesi e promette, finalmente, di privilegiare le fonti rinnovabili e chiudere nella promozione di quelle fossili. Come visto, però, la possibilità di finanziamenti all’energia sporca resta ben presente, tanto da attirare sulla Banca accuse di greenwashing. “La bozza è deludente – commenta al Guardian Alison Doig, di Christian Aid, Ong che da sempre si batte contro gli aiuti della Banca al carbone – sembra che la World Bank voglia dare una mano di verde alle sue attività, mentre continua in larga misura con gli affari sporchi di sempre. Da una parte propone un bando ai finanziamenti al carbone per i paesi a medio reddito, dall’altra continuerà i propri investimenti nei combustibili fossili nei paesi più poveri, condannandoli ad un futuro con alte emissioni di CO2. Questo significa che la Banca potrebbe spendere più che mai in fossili”.


Pertanto le nuove regole promettono di attenuare, ma non di sanare, la contraddizione della Banca Mondiale. Da una parte infatti si candida a gestire gli aiuti ai Pvs per il clima nell’ambito del prossimo accordo internazionale, dall’altra continua a spingere le fonti causa del problema (Qualenergia.it, Banca Mondiale, predica bene e razzola male – Le ragioni del carbone per la Banca Mondiale). Di fronte alle critiche, la World Bank argomenta che fonti energetiche economiche come il carbone sono l’unica soluzione possibile per soddisfare la crescente fame di energia di certi paesi in via di sviluppo e, dunque, combattere la povertà. Un argomento presente anche nella bozza che contiene le nuove regole, che limitano appunto la promozione di questa fonte ai paesi più poveri e carenti di energia.


Dal 2006 al 2009 i finanziamenti della Banca Mondiale alle fonti fossili sono passati da 1,5 a 6,2 miliardi di dollari all’anno. Solo per il carbone nei primi 9 mesi del 2010 ha versato 3,4 miliardi, che diventano 4,4 contando anche gli investimenti sulla rete. A progetti in efficienza energetica e rinnovabili, nel 2009 (ultimo anno per cui si hanno i dati), ha destinato poco più di 3 miliardi, dicono le cifre raccolte dall’Ong Bank Information Center. Tra i finanziamenti al carbone nel 2010 si contano 378 milioni di dollari per due progetti in Botswana e un altro miliardo per le infrastrutture di altre due centrali a carbone di recente costruzione in India, Sasan Ultra e Tata Mundra, tra le maggiori fonti di emissioni mondiali; la seconda pure finanziata dalla Banca Mondiale nel 2008 con 450 milioni e candidata, ingiustamente, ad accedere ai crediti del Clean Development Mechanism. Notevoli critiche hanno suscitato anche i quasi 4 miliardi di dollari destinati alla centrale a carbone di Medupi, in Sudafrica.


Con le nuove regole, definitive e operative nel giro di mesi, la possibilità per la Banca di investire nel carbone resta, anche se limitata. Progetti in paesi emergenti come Sud Africa e India grazia al nuovo regolamento non avrebbero probabilmente potuto essere finanziati. Qualcosa insomma cambierà, anche se troppo poco: ci sembra una contraddizione in termini promuovere lo sviluppo dei paesi più poveri mantenendoli legati per altri 40-50 anni al carbone, fonte vecchia e con il peggior bilancio in fatto di emissioni ed esternalità negative ambientali e sanitarie.

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