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Con il fiato sospeso per la nube radioattiva

Senza un circuito chiuso per il raffreddamento il vapore generato dal calore prodotto nei 3 reattori di Fukushima danneggiati deve essere scaricato in atmosfera. Pennacchi di gas e pulviscolo radioattivo finora si sono diretti verso il mare aperto, ma con il vento da nord est, Tokyo rischia di essere investita. Una nota di Alex Sorokin.

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Nella notizia qui allegata (Cooling system fails in second reactor – pdf) ci sono le informazioni relative a domenica 13 marzo, ore 12, sul secondo reattore  con notevoli problemi, il N.3. Sono estratte dal sito del “Daily-Yomiuri” che si dichiara principale quotidiano giapponese in lingua inglese, e che cita TEPCO, la società elettrica che gestisce l’impianto nucleare di Fukushima, come fonte di informazione. Ho voluto evidenziare in celeste e giallo le parti più drammatiche.


Secondo queste notizie il reattore nucleare N.3 di Fukushima ha perso la capacità di fornire sufficiente acqua di raffreddamento al reattore e le barre di combustibile nucleare sono rimaste scoperte per 3/4 della loro altezza. La fusione del nocciolo nei reattori N.1 e N.3 è indicata come sospetto, ma per un tecnico nucleare è evidente che la parte delle barre di combustibile non coperte dall’acqua di raffreddamento si fondono all’istante, per cui il materiale contenuto (uranio e scorie) va a finire nell’acqua di raffreddamento e viene trascinato dal vapore che i tecnici si trovano costretti a scaricare in atmosfera per impedire che la pressione all’interno del reattore si alzi troppo. Un’eccessiva pressione farebbe altrimenti esplodere, non solo l’edificio esterno, ma il reattore stesso. C’è inoltre un aspetto che aggrava la situazione: il reattore 3 è caricato con una miscela di combustibile, denominata MOX, contenente plutonio.


Oso qualche quantificazione in base ai dati di progetto del reattore N.3 di Fukushima (potenza di 784 MW) e alle poche notizie sugli eventi in corso attualmente disponibili. E’ probabile che immediatamente dopo la fermata d’emergenza del reattore causata dal terremoto il calore generato dal decadimento delle scorie presenti all’interno del reattore fosse pari 140 MW ovvero all’equivalente di circa 12.000 (dodicimila!) litri di benzina bruciati ogni ora.


Nei quasi tre giorni successivi al terremoto questo “calore di decadimento” è calato ad un livello di 10-20 volte inferiore rispetto a quello iniziale, ma si tratta sempre di una quantità di calore elevata che continuerà ad essere generata dalla massa incandescente e parzialmente fusa all’interno del reattore. Diminuirà lentamente anche se ancora per mesi e forse per anni. Questo calore va comunque smaltito costi quel che costi pompando acqua (di mare) nel reattore, fino a quando i tecnici non riusciranno a ripristinare in qualche modo un circuito chiuso di emergenza per il raffreddamento del nocciolo. Questa soluzione dipende dal livello dei danni subiti dall’impianto e inevitabilmente richiederà (sicuramente sta già richiedendo) l’intervento umano nella zona “calda” (radioattiva) dell’impianto. In linea generale questo scenario si sta ripetendo per ciascuno dei reattori in difficoltà.  Non voglio immaginare il dramma dei tecnici che vi operano che, con lo spirito da kamikaze nel cuore, combattono sul loro impianto contro una grande nuvola di “fumo” invisibile che invade tutto e che sanno essere mortale.


Per fortuna al momento il vento in Giappone spira da ovest verso est, spingendo la nuvola radioattiva in mare aperto, sull’oceano Pacifico. Questa circostanza consente alle autorità di dire che il livello di radioattività su terraferma rimane relativamente basso. Ma ripeto, l’unico modo per interrompere il rilascio di radioattività in atmosfera e nell’acqua di mare è quello di ripristinare un circuito chiuso per il raffreddamento dei reattori e questo deve avvenire prima che il vento cominci a spirare da nord-est. Se così non fosse il pennacchio di gas e pulviscolo radioattivo sprigionato dai tre reattori danneggiati andrà a finire sui 15 milioni di abitanti di Tokyo

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