“Vogliamo il sole, non chiediamo la luna”

Una giornata storica per il fotovoltaico italiano: a Roma al teatro Quirino associazioni, imprenditori e lavoratori si sono riuniti come una lobby unitaria per contestare e far conoscere alla stampa gli effetti devastanti per il settore provocati dal decreto Romani. Proposte e strategie per superare l'incertezza normativa.

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Il teatro Quirino pieno e centinaia di persone assiepate in strada con gli striscioni: imprenditori e operai delle aziende del fotovoltaico di tutta Italia stamattina si sono trovati a Roma per contarsi e far sentire la loro voce contro il decreto Romani che ha recepito la direttiva 2009/28 CE. Da queste parti detto più comunemente “ammazza-rinnovabili”. “Centocinquantamila famiglie senza lavoro, grazie ministro Romani” diceva uno dei lenzuoli esposti (da un altro, “Vogliamo il sole, non chiediamo la luna”, abbiamo rubato il titolo). L’atmosfera era carica di rabbia e preoccupazione comprensibili: si parla di crediti bancari congelati, ordini bloccati, stipendi che non si riusciranno a pagare. Sono gli effetti che il decreto sta avendo sul mondo del fotovoltaico tradotti in volti e storie di aziende e persone.


 


Una mattinata che, come si è detto dal palco, segnerà la storia del fotovoltaico italiano, un settore nuovo e disperso sul territorio italiano, fatto di giovani e aziende relativamente piccole che, colpito dal decreto, sembra prendere solo ora pienamente coscienza di se stesso e della necessità di muoversi come una lobby unitaria. Lo si percepisce dallo spazio che i rappresentanti delle associazioni promotrici (Anev, Aper, Assosolare, Assoenergie Future, Gifi e Ises Italia) seduti uno accanto all’altro sul palco hanno lasciato alle voci della platea, fatta di imprenditori e lavoratori del settore che hanno avuto la parola per quasi tutta la durata dell’incontro.


 


Un popolo che non ci sta ad essere accusato di speculare sui soldi delle bollette degli altri italiani, come vorrebbe la retorica del Ministro Romani, che aveva parlato di “speculazioni e facili guadagni” aggiungendo che con il decreto “la festa è finita”. “Il Ministro sappia che feste e festini li lasciamo volentieri a lui e al suo amico Berlusconi – si leva una voce dal pubblico – noi vogliamo solo ricominciare a lavorare come prima!”.


 


Negli interventi si sono ribaditi invece i vantaggi che le fonti pulite stanno portando al Paese: sicurezza energetica, benefici ambientali, occupazione e multe evitate qualora si riuscisse ad onorare gli obiettivi su rinnovabili ed emissioni. “L’anno scorso il fotovoltaico ha evitato l’emissione di 6 milioni di tonnellate di CO2, a fronte di un costo in bolletta di circa 1,5 euro al mese per famiglia”, quantifica Luca Concone di Solar Investment Group. Molti più soldi, si è fatto notare, vanno ad altre fonti, come le assimilate, finanziate con il Cip6, o il nucleare del passato di cui stiamo ancora pagando i costi.


 


Più in generale come spiega Roberto Longo, presidente di Aper, le rinnovabili presuppongono “una visione decentrata e democratica del mondo dell’energia”, contrapposta a quella delle fonti tradizionali e ai suoi poteri. Dietro al colpo al fotovoltaico, secondo diversi interventi, ci sarebbe la lobby delle fossili: “Enel, Eni, Erg, Saras, che hanno un peso fortissimo in Confindustria e per le quali ogni megawatt prodotto con le fonti pulite significa meno gas e petrolio venduto”, sottolinea Concone. Molti infatti vedono nel taglio degli incentivi l’epilogo preparato da una strategia volta a mettere in cattiva luce il mondo delle rinnovabili: dai vari allarmi sul peso degli incentivi lanciati dall’Autorità, all’enfasi data dai media ad alcuni episodi di malaffare, fino ai numeri sul fotovoltaico installato fornito dal GSE, secondo le accuse di alcuni, come Giuseppe Moro di Covert Energie, “gonfiati ad arte”.


 


Nei confronti di Confindustria, dichiaratasi soddisfatta dal decreto, i toni dentro al teatro sono duri: gli imprenditori al Quirino vedono l’associazione come un nemico e per Nicola Palmieri vicepresidente del comitato energia della stessa Confindustria Puglia “bisogna uscire in massa dall’associazione se continua su questa linea”. Un dissenso interno a Confindustria che è stato espresso anche dal vicepresidente nazionale Samuele Gattegno, che in un’intervista su Repubblica di oggi critica il decreto parlando di “effetti catastrofici”.


 


Effetti testimoniati da molti in sala: storie di decine di milioni di investimenti saltati, ordini bloccati e stipendi che non si riuscirà a pagare. In diversi sottolineano, come fa Carlo Durante di Green Energy, “l’impatto sull’intero sistema economico che può avere questa incertezza normativa. Il fatto che in Italia si cambino le regole in corso d’opera può scoraggiare gli investimenti esteri nel nostro paese anche per gli altri settori”. “Proprio la retroattività del provvedimento e l’incertezza che lascia, non ce bisogno di dirlo, sono l’elemento più grave del decreto”, fa notare anche Gianluca Candia di Assilea, l’associazione italiana di chi fa leasing, preoccupata comprensibilmente dato che ben il 13% dei leasing del 2010, per 3 miliardi di euro, sono stati stipulati in favore di progetti nel FV.


 


“E ora che fare?” ci si è interrogati in fine. Dal palco è partito un appello agli studi legali affinché si uniscano per affrontare la battaglia legale contro il provvedimento, ritenuto incostituzionale per molti aspetti (Qualenergia.it, Appello al Presidente: ‘Il decreto rinnovabili è incostituzionale’). Su una cosa sono d’accordo tutti: il danno fatto dal decreto deve essere riparato al più presto. Dunque, via a tutte le misure con effetti retroattivi e vengano definiti dei criteri per salvaguardare gli incentivi degli impianti autorizzati o in via di costruzione, sono alcune delle proposte delle associazioni organizzatrici (Qualenergia.it, Le proposte delle associazioni delle rinnovabili elettriche).


 


Più in generale si chiede certezza normativa e una programmazione di lungo periodo (“un piano fino al 2020”, propone Gianni Chianetta di Assosolare). E soprattutto che i decreti attuativi, che si spera correggano quanto fatto dal decreto, arrivino presto e siano scritti confrontandosi con le associazioni e le altre istituzioni, cosa che non è successa per l’”ammazza-rinnovabili”.


 

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