La crisi del reattore nucleare che piace all’Italia

  • 20 Dicembre 2010

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Pubblichiamo le conclusioni del rapporto "EPR in Crisis" di Steve Thomas dell'Università di Greenwich che spiega perché, da un punto di vista economico, Edf e Areva per ridurre le loro perdite dovrebbero quanto prima abbandonare l'EPR, il reattore che si vorrebbe realizzare anche in Italia.

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Il progetto dell’EPR è in crisi. Le spiegazioni sono state date in un saggio di Steve Thomas dell’Università di Greenwich (Londra), “EPR in Crisis” (vedi allegato) e qui in sintesi ne elenchiamo i principali motivi:
q la costruzione dei primi due reattori in Europa va drammaticamente male.
q i prezzi a cui viene offerto sono talmente alti da far cancellare i progetti (come nel caso del Sud Africa e Canada) o hanno fatto vincere la gara a un competitore con prezzi più bassi (come nel caso degli Emirati Arabi Uniti).
q i mercati potenziali di USA, Gran Bretagna e Italia sono tutti problematici e gli eventuali ordini per reattori, semmai vi saranno, arriveranno molto più tardi del previsto.
q i processi per l’ottenimento delle autorizzazioni per la sicurezza nucleare in Francia, USA e Gran Bretagna sono incompleti e, anche in caso di esito positivo, le modifiche necessarie a ottenere l’approvazione delle autorità di controllo possono far aumentare ulteriormente i costi.

I due siti europei dove sono in costruzione reattori EPR – Olkiluoto in Finlandia e Flamanville in Francia – sono andati drammaticamente male sin dall’inizio della costruzione. Si sarebbe potuto argomentare che i problemi a Olkiluoto fossero dovuti alla mancanza di esperienza sia dell’azienda finlandese che del costruttore Areva NP nel gestire l’ingegneria del progetto. Ma il fatto che anche EDF, l’azienda con la maggiore esperienza in campo nucleare del mondo, non sta facendo meglio a Flamanville suggerisce che i problemi dell’EPR siano legati più alla realizzabilità del progetto EPR che a criticità specifiche emerse a Olkiluoto.

La promessa dei reattori di Generazione III+ che “avrebbero il vantaggio di combinare la tecnologia conosciuta agli operatori con soluzioni di sicurezza largamente migliorate e significative semplificazioni come risultato di costi più bassi e prevedibili” non è stata evidentemente mantenuta.

L’Ad di Areva, Anne Lauvergnon, riconosce che “il costo dei reattori nucleari è sempre cresciuto per ogni generazione successiva, perché i requisiti di sicurezza erano sempre più elevati. La sicurezza ha un costo”. Francois Roussely, già Ad di EDF dichiarava: “La complessità risultante dell’EPR, che emerge dalla scelta progettuale, specificatamente dal livello di potenza, del sistema di contenimento, del contenitore (core catcher) e della ridondanza dei sistemi di sicurezza è certamente un handicap per la sua costruzione e dunque per il suo costo“.

La nozione intuitivamente plausibile che una nuova generazione di reattori nucleari, progettata da zero, avrebbe potuto facilmente portare a un modello più economico e razionale, ma comunque sicuro, di reattore si è dimostrata un’illusione confermata dal processo lungo e ancora incompleto per l’ottenimento dell’autorizzazione di sicurezza. La decisione delle autorità di sicurezza nucleare di Francia e Finlandia di permettere l’avvio della costruzione prima dell’approvazione generale ha generato giudizi positivi particolarmente infondati sulla tecnologia.

Già nel 1995, e di nuovo nel 1997, vi erano preoccupazioni sul costo dell’EPR allora valutato sui 2.000 $/kW: quando altri competitori promettevano prezzi di 1.000 $/kW, l’allora Framatome (da cui poi nascerà Areva) rivedeva i costi a 1.500 $/kW sia nel 1998 che poi nel 2001. E’ un prezzo inferiore a un quarto di quanto l’EPR viene offerto oggi, dopo dieci anni e a 6.000 $/kW o più. Sembra che difficilmente l’EPR sarà conveniente, a meno di enormi sussidi pubblici o scaricando sugli utenti i costi, quali che essi siano.
Nel momento in cui vengono prospettati costi così elevati è plausibile che anche i mercati i cui governi sostengono il nucleare, come USA e Gran Bretagna, troveranno difficile sostenerli.

Da un punto di vista economico, la risposta giusta di EDF e Areva sembra chiara. Devono ridurre le loro perdite e abbandonare subito l’EPR. Nel breve termine questo richiederà dolorose cancellazioni, come per esempio degli investimenti in USA e Gran Bretagna, ma nel lungo termine le perdite sarebbero assai maggiori se continueranno a cercare di far funzionare l’EPR.
Il core business di Areva è nelle attività di servizio per i reattori e nel ciclo del combustibile e queste verrebbero poco coinvolte dall’abbandono dell’EPR.
EDF ha già adesso una sovracapacità nucleare in Francia, cosicché non ordinare nuovi reattori le farà risparmiare spese di capitale non necessarie in un momento in cui riconosce di avere un debito troppo elevato.

Invece, la Francia ha investito così tanto capitale finanziario e politico per diventare leader della tecnologia nucleare nel mondo che la decisione di abbandonare il progetto è politicamente troppo pesante … fino a che non diverrà inevitabile. Al contrario, per i governi di Paesi come USA e Gran Bretegna che hanno investito poco capitale politico nel sogno nucleare francese, la soluzione è chiara: fermare tutti gli investimenti di denaro pubblico nella catastrofica tecnologia dell’EPR.


Traduzione a cura di Giuseppe Onufrio – Greenpeace Italia


 

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