Il finto accordo di Cancun

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Dopo il vertice della Cop16 si esulta per il mancato fallimento dopo Copenhagen. In realtà il successo è più simbolico che reale. Dal Messico, nessuna novità riguardo al futuro degli obblighi vincolanti di riduzione delle emission del Protocollo di Kyoto, né tantomeno sullo schema di impegni e azioni in ambito Convenzione. Da Cancun un articolo di Leonardo Massai.

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Dopo una lettura ponderata e a freddo del risultato di Cancun è davvero difficile comprendere e spiegare tanta euforia per un accordo che lascia ancora tutto incerto e irrisolto, con un anno in più di negoziati estenuanti e spesso inutili.

Le decisioni finali della COP16 e CMP6 adottate a Cancun formalizzano e recepiscono nel sistema UNFCCC il fallimento di Copenhagen. Niente di più. Pochissime le novità e i passi in avanti rispetto al summit del 2009. Tra quest’ultimi, finalmente, l’introduzione del meccanismo REDD+ (Reduction of Emissions from Deforestation and Forest Degradation) che contribuirà all’avvio di un nuovo tipo di cooperazione internazionale nel settore forestale, nonostante non siano stati definiti i dettagli del supporto economico dai paesi donatori ai paesi in via di sviluppo.

Da molte parti si esulta per il ritorno ai valori del multilateralismo. Evviva! La presidenza messicana è riuscita a dare una vera e propria lezione diplomatica ai danesi e in parte far dimenticare la lenta agonia di Copenhagen. Su questo non ci sono dubbi, anche se sarebbe stato davvero singolare che accadesse il contrario. In effetti, il negoziato di Cancun si è svolto sempre alla luce del sole, in maniera molto ordinata e definita, con la presidenza messicana che ha affidato nelle mani dei ministri la risoluzione delle diverse questioni sul tavolo negoziale. Tutto ciò non coincide con un risultato altrettanto positivo in termini di lotta ai cambiamenti climatici. Anzi, molte questioni sono rimaste irrisolte ed è davvero difficile pensare che saranno risolte a Durban in Sud Africa alla fine del 2011 considerato che se ne parla dal 2005.

Nessuna decisione riguardo al secondo periodo adempimento del Protocollo di Kyoto, che al contrario di quanto scritto da molti in queste ore, non morirà comunque il 31 dicembre 2012. Le sue istituzioni, regole e meccanismi continueranno a funzionare a prescindere, in quanto parte integrante di un trattato internazionale. Il Protocollo di Kyoto cesserà di esistere solo nel caso in cui le Parti decideranno di sostituirlo con un nuovo accordo. Quindi, ci troviamo di fronte ad un ulteriore rinvio per il futuro degli obblighi vincolanti di riduzione dei gas ad effetto serra.

Un rinvio che più vago non si può. La decisione di Cancun auspica la conclusione dei lavori del gruppo di lavoro sul Protocollo di Kyoto (AWG-KP) il prima possibile – as early as possible -, invita i paesi sviluppati ad incrementare il livello di ambizione (In che misura ? Entro quando?), riconosce nel preambolo la necessità di ridurre le emissioni da parte dei Paesi allegato I dal 25 al 40% al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2020, riconosce formalmente le dichiarazione di riduzione delle emissioni volontarie e non vincolanti presentate dai paesi sviluppati un anno fa dopo Copenhagen.

Nessuna decisione relativa all’anno base di riferimento, come molti nodi irrisolti permangono in tema di meccanismi flessibili e attività di uso del suolo, cambio d’uso del suolo e forestazione. Nessun taglio alle emissioni quindi, e tanto meno nessuna chiarezza sul futuro del Protocollo di Kyoto. Cancun non aiuta in tal senso e soprattutto non fa sperare niente di buono nemmeno per il 2011 in vista della COP17 a Durban.

In ambito Convenzione, a parte il già citato meccanismo REDD+, Cancun ha partorito il Green Climate Fund, gestito per almeno i primi quattro anni dalla Banca Mondiale come trustee, le cui regole operative devono ancora essere definite. Nessuna indicazione precisa del taglio globale delle emissioni e solo un altro riferimento al limite dei 2 gradi centigradi da rispetttare, non si sa bene come e da chi.

Riguardo ai tagli delle emissioni dei paesi industrializzati, esercizio analogo al Protocollo di Kyoto di cui sopra, con il richiamo delle dichiarazioni di intento unilaterali del dopo Copenhagen, l’organizzazione di un workshop e il commissionamento di un rapporto relativi al contributo dei meccanismi flessibili e delle foreste nel conteggio di tali impegni. Per i paesi in via di sviluppo la conferma della creazione di un registro con le informazioni relative alle azioni di mitigazione di tipo volontario.

Secondo quanto stimato dal Climate Action Tracker (documento in pdf) le proposte attuali di riduzione delle emissioni lascerebbero comunque un gap di 12 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno entro il 2020 rispetto alla riduzione globale richiesta per non superare il limite dei 2 gradi centigradi.

Infine, il vertice di Cancun sarà sicuramente ricordato per lo sconvolgimento delle regole procedurali per l’adozione delle decisioni. Per la prima volta nella storia della Convenzione ONU sul clima, una decisione è stata adottata nonostante il dissenso esplicito di un paese (Bolivia). Questo grazie ad una forzatura della regola del consenso da parte della presidenza messicana. Forzatura che se da una parte ha evitato un altro fallimento stile Copenhagen, dall’altra rappresenta un precedente che sicuramente avrà importanti conseguenze sul funzionamento delle prossime conferenze.

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