Il carbone nello stivale, un ritorno al passato

All'orizzonte due nuovi impianti a carbone in Calabria. Con le centrali autorizzate o in via di autorizzazione le emissioni da carbone in Italia rischiano di raddoppiare. Una scelta energetica controproducente e anacronistica, spiega un dossier di Legambiente.

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Mentre il mondo cerca un accordo sul clima l’Italia va a marcia indietro e continua con il carbone. Rischiando di compromettere lo sforzo per la riduzione delle emissioni senza peraltro far scendere il costo dell’elettricità o migliorare la sicurezza energetica. “Un ritorno al passato”. L’allarme arriva da Legambiente che ha presentato un dossier su questa fonte (vedi allegato in basso) proprio per denunciare l’inopportunità degli ultimi due progetti di impianti a carbone che si stanno per concretizzare in Calabria: una centrale nuova (della società SEI) a Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria e la riconversione dei gruppi a olio combustibile della centrale Enel di Rossano Calabro.

Due operazioni che comporteranno emissioni aggiuntive rispettivamente per 7,5 e 6,7 milioni di tonnellate di CO2 all’anno e che stanno incontrando varie resistenze sul territorio, a partire dalla Regione, che ha rinnovato il suo “no” alle centrali a carbone scritto nel 2005 nel piano energetico regionale (Pear)  con un recentissimo ordine del giorno approvato all’unanimità in Consiglio regionale. Se per Saline Joniche la “commissione Via” nella seduta del 21 ottobre 2010 ha dato parere positivo con prescrizioni (ma manca ancora il decreto definitivo per la contrarietà del Ministero per i beni e le attività culturali), sul progetto di riconversione della centrale di Rossano, presentato nel 2005 e integrato nel 2010, invece la commissione del Ministero dell’Ambiente ha respinto lo studio di impatto presentato, obbligando di fatto l’azienda energetica a ripresentare ex novo la proposta.

Progetti, quelli calabresi, che non sono che i più recenti basati questa fonte. C’è infatti la riconversione della centrale di Civitavecchia, ormai realizzata, il progetto dell’impianto di Porto Tolle sul delta del Po, sul quale manca solo la firma del decreto autorizzativo da parte del Ministro dello Sviluppo Economico. Il via libera poi è già stato dato ai nuovi gruppi a carbone delle centrali di Vado Ligure (SV) e Fiume Santo in Sardegna. Se alla centrale riconvertita di Civitavecchia, ormai in attività, si affiancassero tutti questi nuovi gruppi o centrali proposti le emissioni di CO2 degli impianti a carbone raddoppierebbero in pochi anni, passando dagli attuali 35,9 milioni di tonnellate a 74,8.



Nel dossier di Legambiente poi si fa un bilancio di quello che il carbone significa per il nostro paese: “In Italia sono attive 12 centrali a carbone che nel 2009, a fronte di una produzione di solo il 13% di elettricità, hanno emesso addirittura il 30% dell’anidride carbonica prodotta complessivamente dal settore termoelettrico, con circa 36 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 sul totale di circa 122. “Il peggior impianto per emissioni di CO2 si conferma anche nel 2009 la centrale Enel di Brindisi Sud (13 Mt), a seguire l’impianto di Fusina (4,3 Mt) e quello di Fiume Santo di roprietà di E.On (4,1 Mt) (si veda anche la classifica degli emettitori appena pubblicata da Greenpeace: Qualenergia.it, La classifica degli emettitori italiani.)


Le centrali a carbone, si fa notare, tra tutte le attività coinvolte nel mercato europeo delle emissioni (EU-ETS) sono state le uniche ad emettere di più rispetto ai permessi gratuiti assegnati: mentre industria e settore termoelettrico nel complesso hanno visto ridurre significativamente le emissioni dal 2008 al 2009 e sono riusciti a rispettare gli obblighi di riduzione previsti dalla direttiva europea per il 2009 con ampi margini (rispettivamente 23 Mt e 3,5 Mt), gli impianti a carbone italiani hanno sforato di 3,6 milioni di tonnellate di CO2.

La cattura della CO2 è ancora lontana dall’applicabilità su scala commerciale e rischia di assorbire inutilmente fondi pubblici, fa notare Legambiente. E oltre ad aggravare il problema emissioni il carbone non serve all’Italia per risolvere i suoi problemi energetici, si spiega nel documento: “Peggiorerà la dipendenza energetica del nostro Paese dall’estero, visto che già oggi importiamo più del 99% del carbone utilizzato; non abbasserà la bolletta energetica del Paese, visto che dei potenziali risparmi nell’acquisto del combustibile beneficeranno soprattutto i bilanci delle aziende energetiche e faticheranno ad arrivare nelle bollette degli italiani; peserà alla fine sulle casse dello Stato visto che ci condannerà a pagare le multe di Kyoto e del 20-20-20.”

Il carbone si fa poi notare, è un combustibile a basso prezzo solo perché (oltre non vedere incluse nel prezzo esternalità negative come i danni ambientali e sanitari: Qualenergia.it, I costi nascosti del carbone) è drogato dai sussidi statali: la Commissione europea ha stimato in circa 3 miliardi di euro all’anno, 2 dei quali  in Germania, i sussidi pubblici che hanno sostenuto la filiera del carbone tra il 2007 e il 2009 nel vecchio continente.


A causa dei consumi sempre più importanti da parte dei paesi con economie emergenti, a partire da Cina e India, infine le riserve di carbone stanno diminuendo con tassi davvero inaspettati. (Qualenergia.it, Carbone, quanto ancora?). “Secondo le stime di Bp se 10 anni fa la disponibilità residua di carbone rapportata ai tassi di utilizzo era valutata in 240 anni, – fa notare lo studio di Legambiente – le ultime cifre aggiornate al 2010 sono scese addirittura a 119 anni. Continuando di questo passo tra 10 anni le riserve residue di carbone diventerebbero equivalenti a quelle di petrolio e gas, esauribili in 50-60 anni”. Insomma un ritorno al passato che porta verso un futuro incerto.

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