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New Nuclear: why the economics says no! Non è un manifesto ambientalista, ma il titolo dell’ultimo report pubblicato da Citigroup sui rischi connessi alla cosiddetta rinascita nucleare.

Noi sottoscritti, imprenditori, manager e professionisti crediamo che anche per l’Italia questa scelta sia errata. Il nostro Paese ha la possibilità di giocare da protagonista di fronte ai cambiamenti epocali in atto nel mondo, dall’efficienza energetica alle energie rinnovabili e alle sfide per prodotti sostenibili in termini di qualità ambientale, sociale e di rispetto delle regole: dobbiamo promuovere un’economia a basso impatto e di qualità, per rafforzare le imprese esistenti e crearne di nuove sul territorio, rispondendo alla necessità di creare nuovi posti di lavoro, nuova energia imprenditoriale e una qualità della vita che da sempre è un marchio italiano.

Un’economia che ha bisogno di rilanciare tutta la propria creatività facendo della spinta delle imprese italiane all’uso efficiente delle risorse la forza del proprio sviluppo. In Italia è già in atto uno sforzo di rivitalizzazione e rinnovamento delle manifatture in questa chiave: occorrerebbe un incoraggiamento deciso e urgente da parte del Governo e una sapiente regia da parte delle istituzioni. Il rafforzamento delle reti elettriche, l’incentivazione dei sistemi di stoccaggio dell’energia, l’efficiente uso delle energie rinnovabili, la minimizzazione, sempre e comunque, dell’uso energetico che tenga anche conto del patrimonio paesaggistico e culturale del nostro Paese, sono aspetti che riguardano una innovazione che sta già impetuosamente sviluppandosi sul territorio e che va aiutata e sostenuta.

Lo scenario prospettato dal Governo, 25% di elettricità atomica e 25% di rinnovabili al 2030, comporterebbe una enorme distrazione di risorse a discapito delle nuove energie (efficienza energetica e rinnovabili).

La costruzione delle centrali interesserebbe, peraltro, una piccola minoranza di società italiane, mentre larga parte degli investimenti finirebbe all’estero. Nella migliore delle ipotesi, quando fra 10-12 anni si iniziasse a generare elettricità nucleare, se ne avvantaggerebbero pochi comparti industriali energivori e sarebbe lo Stato, attraverso la fiscalità generale, o gli utenti attraverso l’aumento delle bollette, a cofinanziare il nucleare. Questo perché il costo delle nuove centrali è estremamente oneroso: oltre 5 miliardi di € per una centrale, più di 40 miliardi per l’intero programma voluto dal Governo.

Ma queste stime raddoppiano, e anche più, se si considerano i costi del futuro decommissioning, che qualcuno dovrà pur pagare, e della gestione delle scorie: un Rapporto del 2009 del MIT, Massachusetts Institute of Technology, ha valutato il costo dell’elettricità da nucleare in 8,4 c$/kWh, più del gas e del carbone. Ci sono poi i problemi di sicurezza, come ricorda una recente nota delle Agenzie per la sicurezza di Francia, Gran Bretagna e Finlandia, e di smaltimento definitivo delle scorie, lungamente ed altamente radioattive: non c’é, infatti, un solo sito sicuro e funzionante in tutto il mondo e gli USA hanno abbandonato, dopo anni di inutili esperimenti, costati oltre 8 miliardi di dollari, il deposito di Yucca Mountain in Nevada.

Mentre la rinascita del nucleare incontra non poche difficoltà, tutti gli indicatori testimoniano che è partita la corsa delle rinnovabili e dell’efficienza energetica in Europa, negli USA, in Cina. Nel modello Germania, nel critico 2009, il numero di addetti alle energie verdi è aumentato di 20.500 unità raggiungendo quota 300.500 di personale diretto ed oltre 1 milione nell’indotto. Lo scorso anno il 61% e il 43% della nuova potenza elettrica installata, rispettivamente in Europa e negli USA, era rappresentata da impianti alimentati da fonti rinnovabili.

Si tratta di comparti nei quali la piccola e media industria italiana potrà giocare, insieme alla grande impresa, un ruolo importante, se si attiverà, come è successo in altri paesi, un gioco di squadra tra istituzioni e imprese.

La scelta nucleare, al contrario, determinerà, necessariamente, una sottrazione di intelligenze, di risorse economiche, per giunta durante la peggiore crisi degli ultimi due secoli, rispetto ai più promettenti settori dell’efficienza e delle rinnovabili che saprebbero attivare, come in parte stanno già facendo, ricadute economiche e occupazionali immediate. Considerato poi il limitato consenso nel Paese, pensiamo che il progetto nucleare si arenerà, ma avrà fatto perdere all’Italia tempo e ricchezze.

Per questo chiediamo che il Governo riveda, anche alla luce dell’attuale crisi, la sua scelta e si impegni nel disegnare un nuovo quadro normativo che sostenga adeguatamente la green economy e le produzioni sostenibili che sono quelle che meglio possono farci competere nel mondo dell’economia globalizzata. La sfida energetica è una sfida industriale che richiede scelte strategiche intelligenti, coraggiose e mirate che sappiano creare ed attivare filiere industriali, in sinergia con i centri di ricerca, capaci di far crescere le piccole e medie imprese italiane, insieme ai grandi gruppi nazionali, per garantire occupazione, competitività e sviluppo.

 

Pasquale Pistorio, Presidente onorario Kyoto Club

Catia Bastioli, CEO – Novamont S.p.A. – Presidente Kyoto Club

Gianluigi Angelantoni, Amministratore delegato – Angelantoni Industrie S.p.A. e Archimede Solar Energy – Vice-Presidente Kyoto Club

 

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