Il nuovo documento dell’ENEA “Rapporto energia e ambiente. Analisi e scenari 2009” (scarica pdf) è una ben documentata fotografia della situazione energetica internazionale e nazionale che si spinge anche, soprattutto per l’Italia, a delineare vari trend di consumo dell’energia che, a nostro parere, potrebbero essere ampiamente soddisfatti con una più forte diffusione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica.
In diversi scenari il rapporto dell’Enea invece preferisce inserire l’ipotesi del nucleare, anche se poi nel concreto dedica a questa tecnologia una misera paginetta (4.7.1 – Gli effetti dell’introduzione del nucleare, pag. 89-90).

In merito al piano nucleare indicato dal Governo, il rapporto Enea si limita a spiegare solamente che con gli impianti di III generazione migliorata che verranno realizzati (non vengono indicate prospettive per la fantomatica IV generazione), il primo kWh nucleare potrebbe essere messo in rete nel 2025. Il primo reattore Epr da 1,6 GW costerebbe circa 5 miliardi di euro (valore in moneta corrente), ma nella nota si esplicita che sono esclusi i costi di decommissioning e nulla si dice su quelli relativi allo smaltimento delle scorie.

Il piano nucleare governativo e dell’Enel-Edf, costituito da 7 centrali per circa 11-11,2 GW da realizzare entro il 2050, costerebbe dunque intorno ai 35 miliardi di euro. Va però ricordato che il reattore Epr di Olkiluoto ancora in fase di costruzione, della stessa taglia di quelli da costruire in Italia, non verrà a costare meno di 6 mld di euro.

Nel documento si spiega che il nucleare in Italia “entrerà in competizione con la produzione elettrica da impianti a gas naturale e, nell’ultimo decennio, anche con impianti a fonti rinnovabili, arrivando a coprire fino al 20% del fabbisogno elettrico in Italia nel 2050”. La generazione da gas, in particolare i cicli combinati, con la presenza dell’atomo risulterà fortemente ridimensionata, passando nello scenario di ‘riferimento’ con il nucleare da una quota del 49% ad una del 32% nel 2050.
Interessante notare quindi che si dica, un po’ velatamente, che l’atomo sarà anche un concorrente per le rinnovabili elettriche (si noti curva piuttosto piatta nel grafico in basso – colore verde) e, di conseguenza, anche dell’efficienza energetica, sottraendo – diciano noi – a questi settori risorse e mercati. Al 2020 si prevedono in Italia 42 miliardi di euro di investimento nelle rinnovabili con 160mila occupati. Sarebbe lo stesso con l’entrata in funzione di alcune centrali nucleari?

Si parla di nucleare e quindi i conti si debbono fare sui consumi di energia elettrica. Allora vediamo quelli attuali e il trend ipotizzato secondo i dati Enea. Nel 2009 i consumi totali di energia elettrica sono scesi a 299,9 TWh, con una riduzione del 6% rispetto al 2008. E’ importante anche stigmatizzare che le perdite sulla rete sono state pari a 20,3 TWh, cioè il di 6,4% della richiesta (in leggero aumento rispetto al 2008) e che il settore industriale nel 2009 ha richiesto il 43,5% del totale dei consumi elettrici (era del 47,4% nel 2008).

In tutti gli scenari Enea però i consumi elettrici, dopo la flessione del periodo 2005-2010, riprenderebbero a crescere, sia pure a ritmi inferiori rispetto ai decenni precedenti, fino a raggiungere i 375 TWh nel 2020 e i 480 TWh nel 2050 nello scenario di riferimento di alta crescita (vedi grafico in basso – il nucleare è in colore giallo).
Ed è forse in questa prospettiva più pessimista al 2050 che si vuole agganciare e giustificare l’ipotesi nucleare. Il fabbisogno di elettricità aumenta in tutti i settori perché – si dice nel report – ci saranno edifici commerciali più grandi, grande diffusione di climatizzatori nel settore civile, l’introduzione/diffusione di nuove tecnologie che utilizzano energia elettrica (ad esempio le pompe di calore per la climatizzazione o le auto elettriche e plug in).

Quello che sembra però mancare nel report Enea, almeno nella parte dedicata all’energia elettrica, è uno scenario dove le politiche dal lato della domanda e per le rinnovabili siano veramente spinte, in modo da prospettare una sorta di ipotesi di lavoro e di strategia energetica che esca dal solito business as usual, capace di indicare un percorso fattibile anche grazie all’innovazione tecnologica che necessariamente avrà luogo nei prossimi quattro decenni.

Nel 1999 un esercizio molto efficace per l’Italia l’aveva fatto Florentin Krause dell’istituto californiano IPSEP (International Project for Sustanaible Energy Paths), con il suo rapporto “La risorsa efficienza“, edito per conto dell’ANPA, ancora oggi interessante dal punto di vista metodologico. Si affermava, che con un deciso spostamento degli investimenti per gli usi finali di apparecchiature, stabilimenti ed edifici verso le tecnologie più efficienti disponibili sul mercato (all’epoca, ndr), l’Italia avrebbe potuto ridurre la domanda di energia elettrica fino al 46% in un periodo di 15 anni. Il rapporto IPSEP stimava questa riduzione potenziale in 140-150 TWh alla data del 2010, in una prospettiva (indicata a fine anni ’90) di consumi elettrici di 335 TWh, che è poi alla fine quanto si sarebbe verificato senza la crisi di questi ultimi due anni.
Secondo lo scenario proposto 11 anni fa da Krause, i costi medi del kWh risparmiato sarebbero stati inferiori di almeno il 40% a quelli necessari per una nuova generazione elettrica.

Ecco, forse servirebbe mettere sul piatto anche questa ipotesi, e confrontarla con un’avventura nucleare, che a quel punto si rivelerebbe inutile e anzi dannosa dal punto delle casse statali. Anche Alberto Clò, esperto di energia e docente universitario, non certo contrario all’opzione atomo, ha dichiarato oggi in un’intervista a La Stampa che il sovvenzionamento, a suo giudizio inevitabile, delle centrali, è il punto cruciale. Ha detto Clò: “Se ci fossero imprese che ritengono di realizzare centrali rischiando del loro, benissimo. Se invece non è così – e non è così, visto che in tutto l’Occidente ci sono solo 5-6 cantieri aperti – allora da contribuente vorrei capire che garanzie chiedono Enel-Edf sui costi, sui prezzi, sui ritardi nelle opere”. “Di certo si tratta garanzie costose – ha concluso – che dovrà fornire lo Stato”. Cioè noi cittadini.