Scenari del dopo Cancun

La Cop16 rischia di essere un appuntamento rituale, così come potrebbe esserlo la conferenza del 2011. Mentre i segnali climatici sono sempre più allarmanti senza accordo il riscaldamento globale rischia di diventare irreversibile. Pochi i punti fermi: gli impegni di riduzione delle emissioni già presi da alcuni paesi illuminati e l'espansione delle rinnovabili. L'editoriale di Gianni Silvestrini.

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A Copenhagen la gara del salto con l’asta aveva discrete possibilità di essere vincente per la convergenza di diversi interessi, la green economy, e per la nuova volontà politica dell’Amministrazione Usa. Non ci si è riusciti per la prevalenza di forti resistenze. L’atleta nel frattempo ha perso concentrazione ed energia. Il nuovo quadro politico statunitense uscito dalle elezioni di novembre consente un limitato margine di manovra ad Obama. La crisi economica, poi, distoglie l’attenzione dalla questione climatica, salvo i casi virtuosi dei governanti che hanno puntato su efficienza e rinnovabili per uscire dalle difficoltà.

Dunque Cancun sarà un appuntamento rituale, come rischia di esserlo anche la Cop 17 a Durban, in Sud Africa. E tutto ciò, pur in presenza di segnali sempre più allarmanti. Il 2010 sarà uno degli anni più caldi da quando si misurano le temperature, forse il più caldo, e l’anomala ondata di calore in Russia come pure le eccezionali alluvioni nel Pakistan fanno presagire quale futuro aspetta noi e i nostri figli. I modesti impegni assunti finora dai vari paesi riusciranno infatti a rallentare la crescita della temperatura in questo secolo, ma il mancato accordo tra gli attori comporterebbe comunque un aumento di 3-4 °C. E quindi un esito catastrofico e una trasformazione irreversibile del clima del pianeta.

Che fare allora? Partire dai pochi punti fermi: l’Europa, innanzitutto, che si è data i propri obbiettivi al 2020. Per altro, gli Stati più importanti del continente e lo stesso Parlamento europeo chiedono un innalzamento dal 20 al 30% della riduzione delle emissioni climalteranti per la fine del decennio. E ci sono paesi come Danimarca, Germania e Gran Bretagna che già si preparano ai tagli dell’80% necessari per il 2050.

In assenza di un accordo globale, i virtuosi dovranno fare massa critica e puntare a successive aggregazioni di paesi in attesa del ripristino delle condizioni necessarie ad un salto di qualità della diplomazia. I meccanismi attivati, oggi l’Emissions trading e domani magari una carbon tax, conferendo un valore economico alle emissioni di CO2 favoriranno la decarbonizzazione del sistema energetico preparando il sistema industriale ad una competizione che si giocherà anche su questo versante.

L’altro elemento che dà fiducia viene dalla rapida crescita di alcuni comparti decisivi nella battaglia contro il cambiamento del clima. Perno di questa riscossa sono le fonti rinnovabili con investimenti nella produzione elettrica che in molti paesi superano ormai quelli sulle centrali termoelettriche convenzionali (nucleare incluso).
L’aspetto interessante di questa trasformazione verde è la sua rapida espansione territoriale. Non sono più ormai solo l’Europa, gli Usa e la Cina ad accelerare gli investimenti, ma molti altri paesi asiatici, africani e del Sud America nei prossimi anni saranno coinvolti nella diffusione delle tecnologie verdi. Lo stesso vento di cambiamento si avverte per alcune aree dell’efficienza energetica, dai trasporti, all’illuminazione, all’edilizia.

Insomma, la green economy avanza grazie all’attenzione dei governi illuminati, ma sempre più anche per i suoi propri meriti. Purtroppo questa trasformazione, in assenza di un accordo globale che fissi delle traiettorie di riduzione delle emissioni legalmente vincolanti, rischia di essere troppo lenta rispetto alle urgenze climatiche. Occorre quindi lavorare per creare le condizioni per un consenso tra tutti i paesi, attivando nel frattempo percorsi virtuosi di riduzione delle emissioni in grado di auto-sostenersi e di espandersi.

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