A più di 50 anni dall’entrata in funzione delle prima centrale, l’Europa cerca di darsi un quadro normativo per trovare una soluzione a uno dei nodi irrisolti del nucleare: lo stoccaggio delle scorie. Ieri infatti dalla Commissione è arrivata una proposta di direttiva sullo smaltimento del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi (vedi allegato). Si dovrebbe istituire una cornice giuridicamente vincolante entro la quale gli Stati membri si muoveranno per trovare una soluzione al problema scorie. Tra le altre cose la proposta di direttiva stabilisce che i depositi potranno essere comuni a due o più paesi e che non sarà permesso esportare scorie destinate allo smaltimento definitivo verso paesi non Ue, individua nello stoccaggio geologico profondo il metodo preferibile per smaltire le scorie e non scende troppo nei dettagli su chi debba farsi carico dei costi che, protraendosi virtualmente per migliaia di anni, sarebbero praticamente incalcolabili.


Nel 2002 un primo tentativo di stabilire una normativa europea per i rifiuti radioattivi si era incagliato per l’opposizione di paesi come la Germania. A giugno 2009 si era stabilito di rendere legalmente vincolanti i criteri stabiliti dall’International Atomic Energy Agency (IAEA). Ora se la proposta presentata passerà gli Stati membri saranno tenuti, entro 4 anni dall’approvazione della direttiva, a elaborare programmi nazionali in materia. Programmi che dovranno essere sottoposti all’approvazione della Commissione e che dovranno comprendere piani per la costruzione e la gestione di impianti di smaltimento, un calendario preciso per la loro realizzazione, le tappe fondamentali e le attività necessarie per applicare il tipo di smaltimento previsto, la valutazione dei costi e i sistemi di finanziamento prescelti. Inoltre – si legge nel documento – l’opinione pubblica dovrà essere informata dagli Stati e coinvolta nel processo decisionale.


Una prospettiva – facciamo notare per inciso – ben diversa dal modo in cui si sta realizzando il piano nucleare italiano: c’è ancora mistero e indeterminatezza su quello che sarà il sito di stoccaggio provvisorio di superficie (Qualenergia.it, La roulette russa del deposito di scorie nazionale), mentre dall’abbandono del progetto di Scanzano Jonico, in Basilicata, non sì è ancora pensato a come e dove realizzare un deposito definitivo che possa accogliere a tempo indeterminato anche le scorie più pericolose. Nel mondo, d’altra parte, come sappiamo, nessun paese è ancora riuscito a trovare una soluzione definitiva per le scorie e solo una manciata di nazioni hanno messo in atto programmi per realizzare dei depositi a tempo indeterminato.


La proposta della commissione però non si ferma a tratteggiare i piani di cui gli Stati membri dovranno dotarsi, ma si sbilancia anche individuando un metodo di stoccaggio preferibile. “L’opzione più sicura e sostenibile“, si legge nel documento, è quella dello stoccaggio geologico profondo. Una soluzione che secondo la Commissione godrebbe di un “vasto consenso scientifico” che però a ben guardare così vasto non sembra. Molte infatti sono le controindicazioni di questo sistema di stoccaggio, che Greenpeace ha riassunto in un recente studio (Qualenergia.it, Rifiuti nucleari, nessuna soluzione): si va dalle incertezze sulle caratteristiche geologiche dei siti, alla corrosione accelerata dei sistemi di contenimento, allo sviluppo di gas o surriscaldamento con cedimento della camera di stoccaggio e via così, citando altri rischi come quelli legati a terremoti o interferenze umane.


Casi che ci ricordano quanto sia difficile realizzare un deposito geologico capace di ospitare in sicurezza scorie che restano pericolose per molte migliaia di anni. Ad esempio il progetto del sito di Yucca Mountain negli Usa, abbandonato dopo anni di impegno e investimenti perchè non ritenuto abbastanza sicuro (Qualenergia.it, Usa: la scoria è inquieta); oppure la storia del deposito geologico profondo di Asse 2, in Germania (Qualenergia.it, Bufera sulle scorie tedesche): garantito in un primo momento per poter custodire le scorie in sicurezza per 10mila anni si è poi scoperto che vi si infiltrava acqua e i 126mila fusti radioattivi che contiene dovranno essere rimossi con una spesa di 4 miliardi di dollari, cui va aggiunta una cifra indeterminata per la realizzazione di un nuovo deposito.


Insomma, anche la soluzione dipinta dalla Commissione come “la più sicura e sostenibile” è tutt’altro che sicura e sostenibile in senso assoluto e non di facile realizzazione. Tutta la proposta di direttiva, d’altra parte, è stata criticata da componenti del Parlamento europeo come i Verdi, perché redatta senza consultare adeguatamente la società civile e il mondo scientifico. Altro punto non sufficientemente approfondito è quello dei costi e di chi debba farsene carico. La proposta di direttiva si limita a dire che “gli Stati membri devono assicurarsi che la legislazione nazionale garantisca che siano disponibili le risorse finanziarie necessarie, considerando la responsabilità dei produttori di scorie”. Quindi non si specifica se la stima dei costi debba essere curata da un organismo indipendente o meno. Un punto estremamente critico visto che si parla di spese quasi impossibili da quantificare e che si protraranno ben oltre la durata di vita delle varie utility coinvole nei progetti nucleari.