Ci sono anche grandi industrie europee tra quelle che si sono attivate affinché gli Sati Uniti d’America non riescano a darsi una legislazione sul clima. Sono le stesse che in Europa si oppongono ad innalzare l’obiettivo di riduzione della CO2 al meno 30% al 2020 e lo fanno portando come argomento proprio il fatto che gli Usa non hanno fatto ancora nulla e che non si è raggiunto un accordo internazionale sul clima. Colossi del petrolio e della chimica che, mentre in Europa cercano di giostrarsi tra greenwashing e difesa della competitività, finanziano chi al di là dell’oceano si oppone alle misure per la riduzione delle emissioni. A scoprire i fili di quest’azione di lobbying è arrivato in questi giorni un report realizzato da Climate Action Network Europe (vedi allegato).


Praticamente dall’arrivo di Obama alla Casa Bianca, come sappiamo, gli Usa hanno tentato infruttuosamente di dotarsi di una legge per ridurre le emissioni. Passato al Congresso, il famoso Climate Bill, era poi stato progressivamente annacquato e infine era naufragato al Senato. Erano seguite altre proposte più blande, come quelle di misure per promuovere le rinnovabili. Le elezioni di mid-term che si terranno il prossimo 2 novembre per rinnovare la Camera e parte del Senato rischiano di ridurre di molto le possibilità che nel paese passino misure a favore delle rinnovabili e contro le emissioni. Quasi tutti candidati repubblicani in gara negano infatti l’esistenza del cambiamento climatico e si oppongono alle politiche per ridurre le emissioni.(Qualenergia.it, Usa, spinata alle rinnovabili o ritorno degli zombie del clima?).

Dunque, una campagna elettorale determinante per la questione clima. Significativamente la Chamber of Commerce, la camera di commercio americana, che rappresenta gli interessi industriali da sempre contrari a leggi che penalizzino chi emette gas serra, ha raccolto 75 milioni di dollari per la campagna. Denaro che – come riporta Wonk Room – viene anche da quelle compagnie petrolifere asiatiche e mediorientali che poco si sposano con la retorica patriottica del Tea Party, la coalizione di destra veementemente anti-ambientalista scesa in campo per queste elezioni.

Quel che il report di Climate Action Network Europe denuncia, prendendo i dati dal database di Opensecrets.org, è che i fondi che sostengono la campagna elettorale di questi politici accesamente contrari all’azione sulle emissioni arrivano anche dall’Europa, precisamente dai giganti del petrolio e della chimica del vecchio continente. Sul banco degli imputati BP, Basf, Bayer,GDF-SUEZ, EON, Solvay e Arcelor-Mittal: l’80% dei loro finanziamenti alla campagna elettorale per il Senato Usa (sempre limitatamente a quelli diretti e alla luce del sole) è andato a chi nega l’esistenza del riscaldamento globale e/o a chi comunque blocca le misure che per ridurre le emissioni. Nel loro insieme queste industrie stanno spendendo per finanziare la campagna elettorale più di quanto stia stanziando il gigante petrolchimico americano Kock Industries, principale sponsor del Tea Party. 

Il finanziamento delle grandi corporation europee ai politici Usa non avviene certo per motivi ideologici: come mostra il report non esitano a foraggiare anche senatori democratici quando questi abbiano un ruolo importante nel bloccare le leggi che penalizzerebbero i grossi emettitori. Altro indice di quanto il supporto sia mirato a difendersi dalle leggi contro le emissioni è il sostegno particolare dato alla repubblicana Lisa Murkowski: si tratta della senatrice che ha mosso battaglia alla possibilità che la Environmental Protection Agency, l’agenzia federale per la protezione ambientale, possa regolare le emissioni di gas serra: al momento l’unica strada immediatamente praticabile per mettere un freno alla CO2 negli Usa.

Come detto, mentre negli Usa appoggiano chi impedisce la lotta al global warming e addirittura nega che esista, in Europa queste compagnie si oppongono all’innalzamento dell’obiettivo sulle emissioni al 2020. Le aziende oggetto del dossier sono infatti anche tra i membri più influenti di coalizioni come Business Europe e Alliance for a Competitive European Industry, che si battono contro la possibilità di portare a -30% l’obiettivo Ue 2020 sulla CO2 e lo fanno proprio perché questo “nuocerebbe alla competitività delle industrie europee”.


Come la competitività delle aziende del vecchio continente benefici del fatto che in America non ci siano regole in materia di emissione è difficile da capire. A meno che ad avere vantaggi competitivi non siano queste aziende attive a livello multinazionale.