Mentre nel mondo aumentano i disoccupati la green economy continua a creare posti di lavoro. In Germania il settore ha superato i 340mila occupati, raddoppiando in 4 anni, nel mondo sono oltre 3 milioni di persone lavorano nel settore dell’energia pulita, Cina in testa. Arrivano da un paio di rapporti pubblicati in questi giorni dati confortanti per chi spera che la lotta al global warming serva anche per uscire dalla crisi economica.

Che non sia un buon periodo per il lavoro in generale non c’è bisogno di dirlo: solo per citare un paio di dati diffusi in questi giorni dall’Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO), la disoccupazione giovanile a livello mondiale è passata dall’11,9% del 2007 al 13% del 2009, mentre il 40% dei disoccupati sta cercando lavoro da più di un anno. In Italia, ha segnalato nei giorni scorsi il centro studi della Banca d’Italia, la disoccupazione reale (cioè il dato che comprende anche chi ormai ha rinunciato a cercare lavoro e i cassaintegrati) ha superato quota 11%.

In questo contesto conforta però vedere che nei paesi in cui si è puntato con più decisione su una riconversione verde dell’economia i risultati, dal punto di vista occupazionale, si stanno già raccogliendo. In Germania gli occupati nel settore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica hanno da tempo superato quelli di settori chiave come l’automobile. A inizio di quest’anno si parlava di 300mila occupati nella green economy tedesca, ma proprio in questi giorni il dato è stato rivisto al rialzo.

Secondo l’ultimo rapporto commissionato dal Ministero dell’ambiente tedesco (vedi allegato) infatti nel paese le rinnovabili e l’efficienza energetica a fine 2009 davano lavoro a 340mila persone: un raddoppio degli occupati avvenuto nel giro di 4 anni. Solo nel settore dell’eolico in Germania lavorano in 100mila, nel fotovoltaico in 65mila. Nel 2009 il fatturato delle industrie dell’energia pulita tedesche è cresciuto di un miliardo di euro rispetto al 2008, arrivando a 20 miliardi.

 

(Investimenti in rinnovabili in Germania dal 2007 al 2009, nell’ordine: biomassa solida, biogas e biomassa liquida per usi stazionari, geotermia, idroelettrico, solare termico, fotovoltaico, eolico)

Secondo i dati della rete REN21, nel 2009 gli occupati nei comparti delle rinnovabili e dell’efficienza a livello mondiale hanno superato i 3 milioni. Una buona panoramica di come sta cambiando il settore la dà l’ultimo studio della società di consulenza Clean Edge, Clean Tech Jobs Trends 2010 (vedi allegato). Il report fa una ricognizione della green economy mondiale, pur approfondendo di più la situazione degli Usa, e va a vedere vedere quasi fabbrica per fabbrica occupati, retribuzioni, settori e distretti in espansione.

Interessante, ad esempio, scorrere la lista delle società che si apprestano a fare assunzioni massicce: soprattutto nel fotovoltaico e nell’eolico diverse aziende, soprattutto in Cina, Germania, Corea del Sud, ma anche in Usa e Canada, hanno in programma nei prossimi due anni incrementi del personale anche di oltre 1.000 unità ciascuna. Il datore di lavoro “verde” più grande al mondo attualmente è la danese Vestas, che produce turbine eoliche e ha oltre 20mila dipendenti. Ma sono in Cina 6 delle 10 società con più occupati nell’ambito della green economy globale.

Con 700mila posti di lavoro verdi la Cina resta di gran lunga in testa alla classifica degli occupati in questi settori. Interessante il confronto che Clean Edge fa tra le politiche messe in campo da Pechino e da Washington. In Cina – dove l’anno scorso sono stati stanziati 34,6 miliardi di dollari per rinnovabili ed efficienza contro i 18,4 degli Usa – ci sono politiche protezionistiche più marcate che negli Usa, sono in vigore tariffe feed-in per le rinnovabili che ancora mancano in America e c’è un obbligo di produzione da rinnovabili che negli Usa per ora è solo una proposta (Qualenergia.it, Usa, spinta alle rinnovabili o vittoria degli ‘zombie’ del clima?).

Insomma – fa notare il report – gli Stati Uniti devono dare all’economia verde più sostegno politico per competere in un settore in cui sono ormai diverse le potenze economiche affermate: oltre a Cina, Germania e Giappone, tra i paesi più forti quelli emergenti come Brasile, Corea del Sud e il Messico, che grazie al basso costo del lavoro potrebbe trasformarsi in un temibile concorrente per l’industria delle rinnovabili statunitense.