L’eolico off-shore galleggiante è conveniente rispetto alle pale in mare tradizionali perché permette di collocare i parchi anche in zone con fondali profondi, più a largo e con venti più intensi e costanti. A spezzare una lancia in favore di questa tecnologia, introdotta di recente nel mondo dell’energia eolica, il britannico Energy Technologies Institute (ETI), istituto di ricerca sostenuto dal governo di Londra e da alcuni gruppi industriali (BP, Caterpillar, EDF Energy, E.ON, Rolls-Royce e Shell).

“La visione tradizionale – spiega il direttore dell’istituto, David Clark – è che l’eolico off-shore diventa più costoso tanto più le turbine sono collocate in acqua profonde a causa dei costi aggiuntivi delle strutture tradizionali per le turbine. Il costo delle fondamenta diventa tanto più alto quanto più l’acqua è profonda ma lì la velocità dei venti nella maggior parte dei mari britannici è significativamente più elevata e costant , cosa che si traduce in un output maggiore ed anche più prevedibile. Nel tempo questo ripaga i costi aggiuntivi di ancoraggio”.

A studiare la possibilità di mettere turbine galleggianti da 5 MW l’una nei mari britannici, in acque con profondità dai 70 ai 300 metri, è il Project Deepwater Turbine, iniziativa portata avanti da un consorzio industriale (Blue H, BAE Systems, Centre for the Environment, Fisheries and Aquaculture, EDF, Romax Technology Ltd, SLP Energy ae PAFA Consulting Engineers), promosso dallo stesso ETI nel gennaio 2009. “Il progetto – continua Clark – mostra che è possibile installare turbine galleggianti per sfruttare siti con fondali molto profondi al largo della costa britannica, dove i venti sono più forti e costanti, allo stesso costo delle installazioni di turbine tradizionali in fondali con profondità fino a 40 metri”.

Si tratta, come detto, di una tecnologia relativamente recente, mutuata dall’esperienza dell’industria delle estrazioni in mare. La prima turbina galleggiante al mondo è stata inaugurata l’anno scorso (Qualenergia.it, Eolico off-shore, futuro galleggiante?): una macchina da 2,3 MW, alta 65 metri e con diametro delle pale di 82 metri, posta nel Mare del Nord, in acque norvegesi con una profondità di 220 metri. La macchina galleggiante norvegese è costata 66 milioni di dollari, molto di più di una convenzionale. “Diversi gli aspetti tecnici che questa tecnologia deve ancora affrontare”, ci aveva spiegato allora Gaetano Gaudiosi, uno dei massimi esperti italiani di eolico off-shore “dai necessari mezzi per installarle a come le macchine reggeranno nel tempo alle sollecitazioni del moto ondoso”. Ma se le turbine galleggianti dovessero diffondersi la prospettiva “è che i prezzi scendano anche dell’ordine di una decina di volte”. Anche lo studio dell’ETI sembra dipingere buone prospettive per questo tipo di installazioni.

Oltre alle pale galleggianti nuove tecnologie si stanno affacciando sulla scena dell’eolico off-shore: diverse le turbine di grandissima taglia (da 10 MW) che si stanno progettando, alcune pure galleggianti e altre ad asse verticale (Qualenergia.it, L’eolico in mare e le ‘superturbine’). Se queste innovazioni manterranno le loro promesse le potenzialità dell’eolico off-shore saranno un po’ più facili da realizzare.
Potenzialità, ricordiamo, che almeno teoricamente sono enormi. In Europa – secondo uno studio diffuso dall’European Wind Energy Association l’autunno scorso (Qualenergia.it, Un mare di energia) l’eolico in mare ha le potenzialità tecniche per fornire, entro il 2030, 7 volte più elettricità di quella che si consuma in Europa ed entro il 2030 l’eolico off-shore in Europa potrebbe toccare i 150 GW, abbastanza da fornire dal 13 al 17% del fabbisogno europeo.

Proprio in questi giorni invece uno studio analogo è stato condotto per gli Usa: secondo il report realizzato dal centro studi sulle rinnovabili del Department of Energy (vedi executive summary in allegato, qui scaricabile il testo integrale) nei mari degli Stati Uniti si potrebbero installare fino a 4000 GW di eolico, ottenendo così circa il triplo del fabbisogno elettrico nazionale. Logicamente il potenziale è teorico e quanto sarà sfruttato dipenderà da una serie di fattori tra i quali incentivi, capitali disponibili e andamento del costo delle tecnologie.

Al momento – secondo lo studio – si può puntare a realizzare 54 GW installati entro il 2030: il 20% del fabbisogno elettrico. Si creerebero così 43mila posti di lavoro e un giro d’affari di 200 miliardi di dollari. Attualmente sono una ventina i progetti di parchi eolici in mare negli Usa e quello allo stadio più avanzato, Cape Wind, non ha ancora trovato tutti i finanziamenti necessari. Staremo a vedere se gli Stati Uniti, in questo campo molto più indietro rispetto al vecchio continente, sapranno sfruttare le risorse eoliche dei loro mari e coprire così in tempi rapidi una quota imporante della loro domanda di elettricità con una fonte pulita.