Guida agli investimenti nell’era del picco del petrolio

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Superato il picco, il petrolio sarà sempre più scarso e i prezzi si impenneranno. Ma non è investendo nelle compagnie petrolifere che si potrà approfittare degli alti prezzi del barile. Allora meglio puntare su altre società, da quelle che costruiscono veicoli ibridi fino a chi produce sistemi GPS per ottimizzare il traffico. Una guida per gli investitori a ridosso del peak oil.

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Per alcuni analisti il picco del petrolio è già stato passato, per altri sarà raggiunto nel giro di qualche anno. Quello su cui tutti sono d’accordo è che, con risorse limitate e una domanda in crescita, il prezzo del barile è destinato inesorabilmente a salire. Le conseguenze per l’economia mondiale, ancora pesantemente petrolio-dipendente, saranno ovviamente di enorme portata. Ma c’è un modo particolare e pragmatico di guardare al picco del petrolio: chiedersi dove è più saggio investire in vista della futura scarsità di petrolio, quali azioni comperare e quali vendere.

É questo quello che cercano di spiegare una serie di articoli pubblicati su RenewableEnergyWorld.Com dall’analista Tom Konrad: una vera e propria guida agli investimenti nell’era del picco. Il punto fondamentale? Il modo migliore per approfittare di prezzi del barile che lieviteranno, diversamente da ciò che qualcuno potrebbe pensare non è affatto investire nelle compagnie petrolifere. Sono altre le azioni da comperare. Un vasto ventaglio di azioni sono quelle delle aziende che investono in rinnovabili e carburanti alternativi a chi produce veicoli elettrici, ricambi per biciclette, fino alle ditte che vendono pezzi per gli autovelox e sistemi GPS.

Cosa sia il picco del petrolio ai lettori abituali di Qualenergia.it non è probabilmente necessario spiegarlo, ma in sintesi possiamo definirlo come il momento in cui la produzione mondiale di greggio cessa di crescere e inizia a calare senza riuscire così a coprire il fabbisogno. Se incrociamo il dato della produzione con quelli della domanda mondiale, destinata ad aumentare a causa della crescita delle economia in via di sviluppo, è chiaro che dovremmo affrontare un supply crunch, ovvero la carenza di petrolio rispetto alla domanda con relativa impennata dei prezzi. L’analisi del Pentagono, basata su dati dell’Internationale Energy Agency averte che già nel 2015 potrebbero mancare fino a 10 milioni di barili al giorno (Qualenergia.it, Per le forza armate Usa, siamo in vista del picco).

Non sarà però la fine del petrolio in assoluto ma quella del “petrolio facile”. Con l’aumento della domanda , il declino delle riserve e l’aumento dei prezzi alla pompa si andrà a cercare il petrolio sempre più “lontano”: giacimenti off-shore con trivellazioni sempre più profonde, fonti non convenzionali e altamente inquinanti come le sabbie bituminose, ricerca di nuovi giacimenti. E questo è il motivo per il quale secondo Konrad investire nelle compagnie petrolifere non è l’idea migliore. I costi dell’estrazione diverranno infatti sempre più onerosi: sia quelli economici che quelli ambientali e politici. “Il declino del valore delle azioni BP dopo il disastro della Deepwater Horizon – esemplifica l’analista – è un avvertimento dei rischi per chi investe in compagnie petrolifere nella speranza di approfittare dell’aumento dei prezzi”.

Meglio allora puntare sull’economia “del metadone”, come efficacemente la ribattezza l’analista, ossia su tutte quelle attività e prodotti che potranno sostituire il petrolio o diminuirne il fabbisogno.
A questo punto l’analisi di Konrad va a valutare settore per settore quali potrebbero essere gli investimenti più convenienti. Ci sono ovviamente quelli nelle rinnovabili elettriche e soprattutto quelli legati all’ammodernamento della rete che la crescita di queste fonti renderà necessario. Ci sono i sostituti veri e propri del petrolio, i biocarburanti in primis. Quanto ad idrogeno ed auto elettriche la fiducia dell’analista non è grande. Anche il gas naturale nei trasporti avrebbe troppi handicap per divenire il principale sostituto di gasolio e benzina. Meglio, spiega, puntare sulle auto ibride (elettrico-termico).

Si continua poi analizzando vantaggi e svantaggi di altre soluzioni, come le tecnologie per produrre carburanti liquidi sintetici dal carbone (eccessivamente penalizzate in caso di una specifica legislazione sul carbonio) o dalle biomasse. Grande, scrive Konrad, il potenziale dei biocarburanti dalle alghe ma si tratta di prodotti che richiedono grandi investimenti e sono lontani dalla commericalizzazione. Punti di forza e debolezza dei vari candidati a sostituire il petrolio quali carburante nei trasporti sono riassunti in questo post, ma nessuno sembra aggiudicarsi la palma di miglior settore d’investimento in vista del picco del petrolio.

Le performance migliori infatti secondo Konrad saranno in quei beni e servizi che ci permetteranno di usare meno petrolio senza sostituirlo. Ossia quelli che migliorano l’efficienza, in primis dei trasporti. Ecco che allora a sorpresa tra le azioni su cui investire in vista del peak oil troviamo quelle di chi offre servizi e tecnologie informatiche capaci di coordinare i trasporti e affrontare il problema del traffico: dalle aziende della logistica a chi produce sistemi GPS (oltre ad una serie di beni collegati, come i sensori e le telecamere per caselli e corsie preferenziali).

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