Senza una politica energetica e industriale

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Una critica al Governo sulla mancanza assoluta di una politica energetica, ma soprattutto industriale che incentivi l'innovazione verso produzioni a basso contenuto di carbonio. Un articolo di Francesco Ferrante pubblicato sul trimestrale Cometa.

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Il dibattito che si è scatenato in tutto il mondo sul “fallimento” del Summit di Copenhagen sui cambiamenti climatici, rischia di oscurare nel nostro Paese il vero problema che consiste nella mancanza assoluta di una politica energetica di questo Governo. Infatti, a meno che non si voglia considerare tale lo sciagurato rilancio del nucleare, in questi due anni Berlusconi e il suo fido ex Ministro Scajola hanno brillato per assenza mentre in tutto il mondo proprio su efficienza energetica e rinnovabili si puntava per affrontare la crisi e rilanciare l’economia.

E’ vero che a Copenhagen si è mancato l’obiettivo di arrivare a un accordo stringente e vincolante per tutti che riducesse le emissioni di CO2 in tempi certi e in quantità sufficienti a cercare di evitare innalzamenti della temperatura insostenibili per il Pianeta. Ma nella capitale danese, teatro di quel vertice mal organizzato, abbiamo assistito per la prima volta nella storia a una riunione in cui tutti, tutti i leader mondiali si sono in prima persona impegnati a una riduzione delle emissioni inquinanti dei propri Paesi – seppur in forme diverse e solo volontarie – ed è stata certificata la sconfitta storica di quello schieramento politico-economico che aveva in Bush il suo leader e che ha provato per anni a negare i cambiamenti climatici e ogni sforzo di riduzione dei gas ad effetto serra.

Solo in Italia purtroppo è rimasta una truppa, particolarmente forte nei senatori del Popolo delle Libertà, che come quei giapponesi che alla fine della seconda Guerra Mondiale continuavano a combattere nelle isole del pacifico, ignari che appunto la guerra era finita, continua ripetere come un disco rotto la canzone nella quale i cambiamenti climatici non esistono e se esistono hanno effetti benefici e che comunque non sono attribuibili ad attività umane e che , infine, ogni sforzo di riduzione delle emissioni sarebbe antieconomico.
Teorie astruse che meriterebbero una risata o una scrollata di spalle se non contribuissero all’azione negativa del Governo in questo settore. Un Governo fermo sulle rinnovabili, arretrato sull’efficienza, analfabeta in green economy.

Sulle rinnovabili avrebbe dovuto emanare il nuovo “conto energia“, con le nuove tariffe incentivanti per il fotovoltaico entro il 31 dicembre 2009 e ancora non l’ha fatto, lasciando nell’incertezza cittadini e imprese che non sanno quanto gli sarà remunerata l’energia elettrica prodotta con il sole dal 1° gennaio 2011. E dire che grazie alla riforma del sistema di incentivazioni che attuammo nella scorsa legislatura e che finalmente ha reso il nostro un sistema “europeo”, abbiamo raggiunto in questi ultimi anni importantissimi risultati: sono oltre 1.300 i megawatt di fotovoltaico installati finora, quando appena due anni fa si ragionava sull’ordine delle decine; nel 2009 con l’eolico abbiamo prodotto più di 6 TWh di energia elettrica; un chilowattora su quattro di quelli prodotti in Italia ne 2009 proviene da fonti rinnovabili, un risultato semplicemente inimmaginabile poco tempo fa e che testimonia che la strada da battere c’è se solo si volesse seguirla.

Ma il Governo non è nemmeno riuscito a produrre le tanto attese Linee Guida sulle rinnovabili che avrebbero dovuto risolvere molti dei problemi connessi a procedure autorizzative troppo complicate che rallentano lo sviluppo delle rinnovabili. E nel caos delle autorizzazioni si corre anche il rischio di infiltrazioni di organizzazioni criminali che fiutano il business e provano a contaminare anche le energie pulite. Un rischio che si deve e può combattere con le emanazione di regole semplici che proteggano il paesaggio e consentano lo sviluppo equilibrato di eolico e solare.

Ma anche sull’efficienza energetica la politica del Governo non c’è o addirittura rema contro corrente. Come spiegare altrimenti il tentativo di cancellare e poi la scelta di non rinnovare per gli anni successivi, quel provvedimento che prevede la detrazione fiscale del 55% dei costi sostenuti per ristrutturazioni edilizie che assicurino un maggiore efficienza energetica delle case e che nei primi due anni di vita ha permesso un risparmio di 2 GWh?

Insomma, mentre tutto il mondo – da Obama alla Merkel, da Sarkozy a Cameron, e persino i Paesi emergenti – punta sull’innovazione tecnologica che ci libererà dalla schiavitù del fossile solo qui si agisce in base all’idea che, come ebbe a dire Berlusconi, che pensare all’ambiente in un periodo di crisi è “come quella signora ammalata di polmonite che va dal parrucchiere per farsi una messa in piega”.

Peggio, si sostiene che la strada da imboccare sarebbe quella del ritorno al nucleare: una tecnologia vecchia, non sicura, che non ha risolto il problema delle scorie e per giunta anche costosa. E’ il Massachussets Institute of Technology di Boston a certificare, infatti, che il nucleare non è competitivo dal punto di vista economico. D’altronde da nessuna parte al mondo , senza robusti contributi statali, si costruiscono centrali nucleari e chi si è imbarcato in questa avventura, come la Finlandia, piange i continui aumenti di costo e i ritardi che subisce la centrale attualmente in costruzione in quel Paese.

Per realizzare il programma del Governo Berlusconi servirebbero almeno 30 miliardi per arrivare allo “straordinario” obiettivo di produrre il 25% di energia elettrica, cioè appena il 5-6% del totale dell’energia che consumiamo. Senza realizzare alcun risparmio in bolletta per cittadini e imprese anzi dovendo probabilmente imporre un prezzo fisso all’energia, in modo da garantire i ritorni alle aziende produttrici, in barba a qualsiasi legge di mercato.

Tutto ciò volendo imporre con la forza una scelta che i cittadini ovviamente non gradiscono e prevedendo persino l’uso dei militari per proteggere i siti che le aziende, non la collettività, sceglierebbero per far sorgere le centrali. Insomma un pasticcio antidemocratico, pericoloso e inutile. Peraltro a fronte di un investimento di risorse così ingente, nella migliore delle ipotesi si produrrebbero 10.000 posti di lavoro: veramente una goccia nel mare. Ben altri numeri potrebbero garantire le rinnovabili. Basti pensare all’esperienza tedesca, dove in questo settore lavorano ormai oltre 300mila persone!

Ma la “distrazione” del centrodestra non è solo su rinnovabili ed efficienza energetica, manca proprio una politica industriale che incentivi l’innovazione, e sostenga produzioni più sostenibili e in grado di competere nell’economia globalizzata. Sintomatico il caso degli incentivi concessi senza alcun criterio, impiegando pochissime risorse e senza che questi abbiano quindi potuto svolgere alcun ruolo significativo. Come giudicare altrimenti lo “sconto” di 7.000 (settemila) euro per una casa ecologica, una cifra sufficiente forse a pagare il notaio, o il 10% di sconto sui prezzi di listino per le cucine – un “favore” che di norma avrebbe comunque fatto il rivenditore -, o ancora gli spiccioli dedicati alla rottamazione di vetusti e inquinanti motorini. Insomma un fallimento su tutta la linea.

E nel frattempo non si trova di meglio che di rinviare di un anno, procrastinandolo al gennaio 2011, il divieto di produzione e commercializzazione dei sacchetti di plastica non biodegradabili. Un provvedimento che ottenemmo con la finanziaria 2007 e che oltre all’indubbio beneficio ambientale avrebbe lo straordinario merito di sostenere quell’industria veramente innovativa che dal mais ricava una “plastica biodegradabile”, che guarda caso è un brevetto italiano.

Tutto nero quindi in Italia sul fronte decisivo per il presente e il futuro della green economy in generale e della produzione di energia in particolare? In realtà, come si è già accennato, a fronte di una politica assente, c’è un gran fermento tra i cittadini e le imprese. Testimoniato dal boom del fotovoltaico sui tetti, dai brevetti quali quello di cui abbiamo parlato più sopra e che potrebbe rivoluzionare la chimica italiana, dal protagonismo di alcune aziende italianissime nella ricerca e sviluppo di nuove tecnologie solari, da quella termodinamica di Rubbia, a quelle che garantiranno un’efficienza molto maggiore dell’attuale del fotovoltaico. Insomma come spesso è avvenuto la società è più avanti della politica.

Ma non si può attendere ancora molto: se Regioni e Governo centrale non fanno il loro mestiere di regolatori e non offrono un quadro legislativo adeguato questo fermento rischia di spegnersi. Non resta quindi che chiamare alla mobilitazione tutte le forze – cittadini organizzati in associazioni, artigiani e imprenditori che hanno scelto la green economy, ma anche i sindacati dei lavoratori che iniziano a comprendere che questa è la strada per la creazione di posti di lavoro più stabili e sicuri – per spingere sulla politica e determinare quella inversione di tendenza che serve necessariamente anche all’Italia per guardare con un po’ più di speranza a un futuro altrimenti grigio e rischioso.

 

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