Producono il 13,5% dell’elettricità italiana, ma pesano per il 30% delle emissioni del settore elettrico: 32 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, che diverranno presto 39 con le nuove centrali in via di autorizzazione. Dopo Civitavecchia, Vado Ligure, Fiumesanto e Porto Tolle, è nelle fasi finali il processo autorizzativo dell’impianto di Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria. E proprio Reggio Calabria è il luogo scelto da Legambiente per presentare il suo dossier annuale sulle centrali a carbone italiane “Carbone: vecchio, sporco e cattivo” (vedi allegato).

Un rapporto in cui si sottolinea come autorizzare nuove centrali a carbone sia una “marcia indietro” energetica che ci porta in direzione opposta rispetto a quella che dovremmo seguire per raggiungere gli obiettivi europei per il 2020 e quelli del protocollo di Kyoto. Nonostante un calo complessivo nelle emissioni del paese in quest’ultimo anno, dovuto anche alla crisi economica (Qualenergia.it – “Perché l’Italia va verso Kyoto”), dal 1990 le emissioni delle centrali a carbone – si legge – sono aumentate del 17,6% e nel 2007 costituivano il 29% di tutte quelle prodotte dal settore elettrico.

“Il carbone, propagandato come pulito ed economico – spiega Legambiente – rappresenta il maggiore pericolo che il nostro Paese ha di fronte se vuole raggiungere gli obiettivi previsti dall’Unione Europea (…) Infatti, se dovessero entrare in funzione tutti i progetti avviati e ormai conclusi (Civitavecchia), autorizzati fino ad oggi (Fiumesanto, Vado Ligure e Porto Tolle, a cui aggiungiamo Saline Joniche) o ipotizzati (Rossano Calabro), a regime si produrrebbero in più quasi 39 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 all’anno, a fronte dell’impegno europeo preso dall’Italia di ridurre le sue emissioni di gas serra di 60 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2020.”

Secondo il rapporto di Legambiente, nel 2008 le 12 centrali a carbone in funzione sono stati gli impianti industriali che hanno sforato di più rispetto ai limiti sulla CO2 fissati dall’Unione Europea e pertanto dovranno pagare le multe più alte. Mentre i 600 impianti termoelettrici che bruciano altri combustibili hanno superato complessivamente il limite ETS (Emission trading scheme) di “soli” 2,8 Mt, le 12 centrali a carbone hanno sforato di 7,3 Mt di CO2. Ma non solo: a fronte di emissioni di CO2 pari al 30% del totale del settore elettrico italiano, queste centrali generano solo il 13,5% dell’elettricità.

Nella classifica di Legambiente sul podio degli impianti a carbone a maggiore emissione di CO2 si trovano quello dell’Enel di Brindisi Sud che, con 14,9 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 ha sforato di 3,9 Mt i limiti europei ETS, la centrale di Fusina (4,8 Mt) e l’impianto Tirreno Power di Vado Ligure (4,3 Mt). Sommando tutti i superamenti delle 12 centrali, il costo per il mancato rispetto dei limiti ETS ammonta per il 2008 a 88 milioni di euro, un prezzo – si spiega – che verrà interamente addebitato sulle bollette degli italiani e nei prossimi anni sarà destinato ancora ad aumentare: tra il 2009 e il 2012, infatti, il prezzo che le famiglie italiane rischiano di dover pagare per il mancato rispetto degli impegni internazionali potrebbe superare il miliardo di euro.

Ben diverso il potenziale delle rinnovabili che, nel confronto proposto dal dossier, risulta di gran lunga superiore a quello del carbone. Secondo lo scenario elaborato per Legambiente dall’Istituto di Ricerche Ambiente Italia nel 2020 con le sole rinnovabili si può arrivare a produrre circa 100.000 GWh all’anno di energia elettrica contro i 50.000 GWh all’anno prodotti ipoteticamente dai progetti di nuove centrali a carbone. Con le fonti pulite è poi possibile sfruttare quasi 12 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di energia termica, mentre su questo fronte l’apporto del carbone risulta pari a zero, visto che l’energia prodotta dalle centrali verrà usata solo per produrre elettricità e non calore.

A rendere ancor meno comprensibili i progetti di nuove centrali ci sono poi le enormi potenzialità che ha l’Italia nell’efficienza energetica nel residenziale, nel terziario e nell’industria: al 2020 si potrebbero  ridurre il consumo di energia elettrica di circa 91.000 GWh all’anno – quasi il doppio di quanto si ipotizza di produrre con il carbone – e oltre 12 Mtep di energia termica.

Impietoso è poi il confronto sulle prospettive occupazionali: mentre i progetti di nuove centrali a carbone potrebbero garantire nei prossimi dieci anni non più di 3.200 posti di lavoro si stima che le rinnovabili possano crearne 135mila.

Redazione Qualenergia.it – Ufficio stampa Legambiente

 
16 febbraio 2010