I rischi finanziari dei prestiti al nucleare Usa

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Il sostegno finanziario promesso da Obama a due nuovi reattori, basato su fondi già stanziati da Bush, è come tutti i prestiti al nucleare a fortissimo rischio, stimato anche oltre il 50%. Elevare questo aiuto è molto pericoloso perché alla fine le notevoli perdite verrebbero pagate dai contribuenti. Un articolo di Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia.

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L’apertura del Presidente Obama sul nucleare avviene nell’ambito delle negoziazioni politiche sul “Climate Bill“, che com’è noto è tuttora bloccato al Senato, e per il quale Obama chiede l’appoggio ai Repubblicani, strenui difensori del nucleare. Questo “scambio politico” riguarda l’aumento dei fondi di 18,5 miliardi già stanziati a suo tempo dall’amministrazione Bush per la copertura dei prestiti bancari per la costruzione di nuove centrali, dopo che nel 2005 erano già stati introdotti dei cospicui incentivi pubblici alla produzione da nucleare (1,8 ¢/kWh per i primi 6.000 MW, oltre a coperture assicurative per 2 miliardi di dollari, e altri 2 per il ciclo del combustibile).

Va sottolineato che il sostegno finanziario ai nuovi reattori di cui si parla in questi giorni (due AP1000 per un totale di 2.234 MW al costo di 14 miliardi di dollari) è comunque basato sui fondi già stanziati da Bush. Secondo le analisi di Moody’s del 2008, che valutava i costi del nucleare a 7,5 miliardi di dollari per 1.000 MW, il sistema di incentivi introdotti da Bush avrebbe potuto garantire la costruzione di una o due centrali al massimo. Del resto la somma stanziata da Bush è stata ritenuta risibile dall’industria, le cui richieste, sostenute dai Repubblicani, erano quelle di estendere le garanzie dei prestiti all’80% dell’investimento (e il 100% della quota da finanziare) e di portare le somme disponibili dai 18,5 a 120 miliardi di dollari.

Ma non si tratta di garanzie formali come quando un padre firma a garanzia del mutuo del figlio, ma di soldi pubblici passati alle banche su prestiti a forte rischio fino al 70% dell’investimento totale. Il Congressional Budget Office stima il rischio finanziario in campo nucleare al 50%, cosa che – quando gli è stata comunicata – ha sorpreso il Segretario per l’energia Hu, accademico convinto del rilancio del nucleare.

Con queste stime del Congresso, la proposta del Presidente Obama di alzare da 18,5 a 54 miliardi i fondi di garanzia, il rischio è di 27 miliardi di dollari di potenziali perdite coperte dai contribuenti. E, anche se il rischio fosse solo del 25%, la quota coperta dai contribuenti è di 13 miliardi di dollari. Del resto, basta vedere i ritardi e gli extra costi a Olkiluoto e a Flamanville per capire che la prima serie di un nuovo reattore presenta fortissimi rischi finanziari; e ricordare che, storicamente, negli USA il costo finale medio di 75 reattori è stato il triplo di quello preventivato.

Se negli USA 44 reattori su 103 hanno ricevuto l’estensione della licenza d’esercizio da 40 a 60 anni – a fronte di interventi di ammodernamento degli impianti – un certo numero di impianti dovrà essere chiuso, visto che da 30 anni non se ne costruisce uno nuovo, ma si sono solo ammodernati vecchi impianti. E la stima è che se ne dovranno chiudere una quindicina nei prossimi anni.

Dunque, senza la mano pubblica il nucleare negli Stati Uniti è destinato a chiudere per ragioni finanziarie. Risulta bizzarro che in Italia si dichiari che non ci saranno sussidi pubblici al nucleare. La stessa osservazione è stata fatta a gennaio dal National Audit Office (NAO) inglese che ha messo in guardia il governo del Regno Unito, invitandolo ad accantonare le somme richieste per la sostituzione degli 11 reattori che andranno chiusi: per esser certi che i francesi dell’EDF – che ha rilevato British Energy – ce la possano fare senza sussidi, ci vorrà ancora molto tempo ha concluso il NAO.

Va peraltro ricordato che la tecnologia di riferimento negli USA – l’AP 1000 della Westinghouse – l’ottobre scorso ha sollevato le critiche della Nuclear Regulatory Commission (l’agenzia di sicurezza nucleare USA) riguardo alla tenuta dell’edificio rispetto a eventi estremi (alluvioni, terremoti) e all’impatto di un aereo di linea. Pochi giorni fa è stata aperta formalmente una procedura su questi aspetti nell’analisi della diciassettesima versione del reattore. Sarà dunque interessante vedere se alla fine gli americani accetteranno la costruzione di impianti non protetti da attacchi di aerei kamikaze. Nè l’AP 1000 nè l’EPR hanno ancora dimostrato alle agenzie di sicurezza nucleare che stanno analizzando i progetti, di possedere questa caratteristica.

Da quando Bush varò il programma di rilancio nucleare nel 2001, negli USA sono stati installati 31.000 MW di eolico, capaci di produrre l’energia di 5-6 EPR. Se la crescita prosegue al ritmo attuale, la potenza eolica sarà quadruplicata quando, forse, nel 2020 un nuovo reattore nucleare inizierà la produzione. Spostare le risorse sul nucleare, oltre che rischioso (finanziariamente e per la sicurezza) potrebbe avere la conseguenza di frenare l’espansione delle fonti rinnovabili.

Giuseppe Onufrio
(Direttore di Greenpeace Italia)

18 febbraio 2010

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