Negli Stati Uniti un obbligo nazionale sulle rinnovabili si tradurrebbe in diverse centinaia di migliaia di posti di lavoro in più. Al contrario, senza obiettivi sulle fonti pulite l’occupazione nel settore energetico calerebbe in molti Stati dell’unione.
Mentre l’American clean energy and security act (ACESA) resta bloccato al Senato, un nuovo studio arriva nel dibattito americano dando un buon argomento a chi crede nella necessità di approvare il “climate bill” al più presto e senza indebolirne le misure a sostegno delle rinnovabili. Si tratta di uno studio (commissionato dal consorzio di aziende delle rinnovabili RES Alliance for Jobs e condotto dalla società di consulenza Navigant Consulting) in cui si stimano le ricadute occupazionali di misure che obblighino a produrre una quota dell’elettricità nazionale da fonti pulite (vedi allegato).

Le conclusioni sono interessanti: al 2012, con l’obbligo di avere dalle rinnovabili il 12% dell’elettricità, i nuovi impieghi creati sarebbero 61mila; un obiettivo del 20% al 2020 darebbe invece 191mila nuovi posti di lavoro; mentre al 2025 imporre che il 25% dell’elettricità venga da fonti pulite si tradurrebbe in 274mila nuovi occupati. Lavori – si specifica- che sarebbero concentrati per la metà nel manifatturiero, con benefici evidenti sull’export e sulla competitività internazionale del paese.

L’aumento dell’occupazione sarebbe distribuito tra tutti gli Stati e abbastanza trasversale alle varie fonti: la parte del leone la farebbe l’eolico settore in cui si creerebbero 116mila nuovi posti di lavoro, 60mila nuovi occupati andrebbero alla filiera delle biomasse, 50mila a quella del solare, 34mila all’idroelettrico e 15mila alla riconversione energetica dei rifiuti (nella legislazione americana assimilata alle rinnovabili vere e proprie). Se invece si rinunciasse agli obblighi sulle fonti pulite, avverte lo studio, in almeno una decina di Stati ci sarebbe una perdita di occupazione nel settore energetico.

Insomma, il messaggio alla politica è chiaro. La versione del “climate bill” approvata dalla Camera a giugno 2009 prevedeva per le utility americane l’obbligo di produrre da rinnovabili almeno il 20% dell’elettricità, con la possibilità di contribuire fino all’8% di questa quota con misure di efficienza energetica. Attualmente al Senato, dove la legge è ancora in stallo, la commissione energia ha votato per ridurre quest’obbligo al 15%, con un possibile contributo dell’efficienza energetica fino al 4% della quota.

In alcuni Stati degli Usa, in cui già da tempo si spinge per le rinnovabili, obblighi sono già stati decisi a livello statale: è il caso del Texas, della Florida, della California (che vuole avere al 2020 un chilowattora su tre da rinnovabili, vedi Qualenergia.it – California, al 2020 un terzo dell’elettricità da rinnovabili) e del Colorado che proprio in questi giorni sta discutendo di innalzare l’obiettivo rinnovabili 2020 dal 20 al 30% dell’elettricità.

A tentare di cancellare o annacquare al Congresso l’obbligo che l’ACESA imporrebbe a livello federale sono soprattutto i rappresentanti degli Stati del sud est, che hanno mix energetici ancora poco puliti e abbondantemente dipendenti dal carbone. Stati in cui comunque, mostra lo studio, le ricadute occupazionali della misura in questione sarebbero sostanziose, soprattutto grazie alla crescita del settore biomasse.

Ma perché negli Stati Uniti le politiche energetiche amiche del clima – si veda appunto il travagliato cammino del “climate bill” – hanno sempre una vita così difficile? A questa domanda tenta di rispondere uno studio  uscito dal dipartimento di scienze politiche dell’Università della California (vedi secondo allegato). Esaminando i due casi delle imposte sul carburante e del supporto alle politiche internazionali per il clima, il lavoro si interroga sulle evidenti differenze in materia tra nazioni culturalmente paragonabili come appunto gli Usa e il Regno Unito. La risposta ipotizzata è che molto dipenda dallo sbilanciamento del sistema rappresentativo americano in favore delle realtà rurali.

Come sappiamo i seggi al Senato Usa (a differenza che alla Camera) sono ripartiti equamente tra gli Stati, senza tenere conto della popolazione: il risultato è che uno Stato spopolato come il Wyoming, si trova con 2 senatori ogni milione di abitanti mentre un altro popoloso come la California ne ha 0,06 per milione. In questo modo, si conclude, gli interessi delle realtà rurali, attualmente energivore ed ostili a politiche come l’aumento delle imposte sui carburanti e l’adesione al protocollo di Kyoto, sono ampiamente sovra-rappresentati.

GM

10 febbraio 2010