Dopo il deludente esito della conferenza di Copenhagen ci aspetterà una lunga fase di tessitura della tela diplomatica. Certo, sarà difficile ritrovare le condizioni favorevoli con cui si era andati alle trattative, con una presidenza di Obama lanciata su questi temi, i nuovi Governi in Australia e Giappone favorevoli a un accordo e, infine, le dichiarazioni di molti Paesi in via di sviluppo che per la prima volta indicavano obbiettivi di contenimento delle emissioni.

A fronte della debolezza della politica, un ruolo sempre più incisivo verrà giocato dalla “green economy“. Passato quasi indenne dalla burrasca economica, malgrado non siano mancati morti e feriti anche in questo comparto, il variegato mondo della produzione verde è deciso ad accelerare la sua corsa. Le potenze del fotovoltaico e dell’eolico installate nel mondo nel 2009 hanno fatto registrare valori record rispetto all’anno precedente. In Europa il 61% di tutta la nuova potenza elettrica installata utilizza fonti rinnovabili, un valore che sarebbe sembrato inimmaginabile solo pochi anni fa. Altro che rinascimento nucleare! (vedi grafico)

La delusione di Copenhagen farà crescere l’attivismo dal basso. Visto che i grandi non sono stati capaci di mettersi d’accordo, la frustrazione e la volontà di reagire comporteranno l’intensificazione delle iniziative locali. È prevedibile un potenziamento delle attività delle associazioni ambientaliste e degli enti locali. Il “Patto dei Sindaci” – la campagna europea delle città che si impegnano a raggiungere o superare nel loro territorio il 20% di riduzione delle emissioni climalteranti entro la fine del decennio – sta ottenendo un risultato insperato. In Italia sono già 288 i Comuni che hanno sottoscritto il Patto e in Europa 1.226 città hanno aderito alla campagna.
Naturalmente la pressione dell’industria verde è utile e l’azione dal basso riesce a catalizzare energie importanti, ma l’azione dei Governi sarà decisiva per riprendere le fila di un accordo internazionale.

In questa situazione di sbando, l’Unione Europea – che ha sempre svolto un’azione di leadership, ma che a Copenhagen è rimasta defilata – può e deve riaffermare il proprio ruolo in una fase in cui Obama sconta un momento di debolezza con la perdita della maggioranza qualificata dei 60 democratici al Senato. Grazie agli obbiettivi al 2020 (-20%) legalmente vincolanti e più incisivi rispetto a tutti gli altri paesi (solo la Norvegia ha previsto un taglio minimo più elevato, del 30%) e alla forte industria verde, l’Europa deve svolgere un ruolo importante nel riprendere le fila di una trattativa delicata e decisiva.

Se non si troverà un accordo nei prossimi due o tre anni, è probabile che nel corso di questo secolo si supererà la soglia dei 3 °C di aumento rispetto ai livelli preindustriali, con tutte le conseguenze catastrofiche che la comunità scientifica ha chiaramente indicato.