Dove farlo, come farlo e soprattutto con quali costi. Sono questi gli interrogativi che scuotono il ritorno a tappe forzate, voluto dal governo italiano e da quello francese, del nucleare in Italia. Un progetto formalizzato attraverso il Decreto attuativo della Legge Sviluppo che ha reintrodotto, il 22 dicembre scorso, l’atomo nel nostro paese. Con il sostegno incondizionato di Confindustria che punta a coinvolgere le imprese in un affare apparentemente ghiotto. Il messaggio è emerso chiaramente il mese scorso durante due incontri convocati a Roma il 19 e 20 gennaio nella sede degli industriali e in quella dell’Enea.

Qui, davanti a una platea di 350 aziende la cui lista è rimasta riservata, Emma Marcegaglia e Fulvio Conti, presidente di Enel, hanno prospettato una ricca opportunità: il 70% del valore di ogni singolo appalto per costruire gli Epr (la tipologia di reattore che il governo conta di importare dalla Francia) potrebbe spettare alle aziende italiane. Peccato però che il sito ufficiale della centrale francese in costruzione a Flamanville fornisca un quadro assai diverso: almeno il 60% degli introiti di ogni reattore è destinato ad Areva, la multinazionale di Stato che detiene i brevetti della tecnologia più importante, quella che riguarda la cosiddetta “isola nucleare”. Dunque soltanto il 40% del valore di ogni appalto potrebbe finire alle imprese di casa nostra.

Promesse facili
Le promesse di guadagno per le industrie locali del resto sono un film già visto. Anche a Olkiluoto 3, in Finlandia, alla fine la parte del leone l’hanno fatta i francesi. E in Italia potrebbe andare peggio poiché Areva ha bisogno di far cassa: l’azienda ha visto in pochi mesi sfumare commesse per 40 miliardi di dollari nell’area del Golfo, l’uscita di Siemens dal suo azionariato, a Olkiluoto ci sono stati circa 2,3 miliardi di euro di costi aggiuntivi dovuti anche alle contestazioni dei finlandesi sui sistemi di sicurezza e ai rinnovati problemi nelle saldature del circuito primario. Mentre anche l’Epr di Flamanville, secondo Le Figaro, è in ritardo con i conseguenti aumenti di costi. E i guai per la presidente di Areva, Anne Lauvergeon, non finiscono qui: l’azienda è ai ferri corti con Edf, l’azienda elettrica francese, per questioni economiche e ha sospeso il trasporto del combustibile nucleare verso le centrali d’oltralpe. Tanto che l’Eliseo sta prendendo in seria considerazione l’eventualità di aprire l’azienda ai fondi sovrani stranieri.

Costi atomici
Nel frattempo in Italia anche sul costo del MWh da nucleare c’è incertezza. Da un lato Fulvio Conti non risponde. E dall’altro il ministro Scajola afferma: «Il nucleare garantirà all’Italia non solo energia elettrica a prezzi inferiori almeno del 30% (45 euro MWh, oggi in Italia siamo a una media di 65 per MWh, ndr) ma permetterà anche di dotarci di una fonte disponibile su vasta scala e sicura nella fornitura».

Il colosso bancario Citigroup però ha idee diverse: nel suo rapporto del novembre 2009 calcolando un costo tra i 5 e 6 miliardi di euro per l’Epr a regime, si afferma che il prezzo minimo del MWh dovrebbe essere di 70 euro per essere remunerativo dell’investimento. «Si tratta di cifre ben diverse da quelle di Enel che fissa i costi dell’Epr a 4 miliardi di euro e stima il prezzo del MWh a 55 euro» afferma Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia. Per non parlare degli oneri, quasi mai considerati dai filo nuclearisti nostrani, del decommissioning e delle scorie radioattive: «La pratica consolidata nella gestione del combustibile esausto è quella del mantenimento prima in piscina per cinque anni e successivamente dello stoccaggio a secco in depositi all’interno delle centrali per altri 15-20 anni – afferma Luigi Brusa, responsabile per l’ingegneria di Sogin, la società che gestisce gli impianti nucleari dismessi in Italia – I rifiuti provenienti dai nuovi Epr non arriveranno prima del 2040, quindi c’è tutto il tempo per realizzare il deposito e mettere in sicurezza quelli derivati dall’attività degli anni passati».

Intanto il deposito italiano delle scorie diventa, nelle parole del sottosegretario Saglia, un «polo tecnologico» nel quale non si capisce bene che tipo di ricerche si possano fare visto che il riprocessamento del combustibile esausto degli Epr sarà fatto in Francia. Stesso discorso per lo smaltimento delle centrali nucleari a fine vita: «Per il decommissioning è sufficiente accantonare una piccolissima parte dei proventi ogni anno – afferma Conti – Per poi ritrovarsi alla fine dei 60 anni d’esercizio con il capitale necessario». Che però nessuno sa stimare con precisione: si va infatti dai 2,1 miliardi di euro necessari per sbarazzarci dell’infelice esperienza del Superphenix (costi totali 9,1 miliardi, per il 33% in carico a Enel) a una stima dei costi per il decommissioning equivalenti a quelli di costruzione. E nel frattempo i conti sembrano fuori controllo anche in Gran Bretagna, dove l’ultima stima dell’Autorità per il decommissioning britannico ha aumentato di 11,3 miliardi di euro la stima per lo smantellamento delle vecchie centrali, arrivando a 94,5 miliardi per liberarsi di impianti fermi e improduttivi. Operazione che parte oggi e finirà fra 130 anni.

I costi dell’insicurezza
A far lievitare i costi degli Epr in costruzione ci sono anche le contestazioni sulla sicurezza dei reattori che non arrivano dagli ecologisti, ma dalle agenzie per la sicurezza nucleare di Francia, Regno Unito e Finlandia che hanno messo sotto accusa i sistemi d’emergenza chiedendone la modifica in corso d’opera. «I sistemi di controllo e di sicurezza per le emergenze delle centrali nucleari devono essere assolutamente indipendenti tra di loro – affermaAlex Sorokin , ex progettista di centrali nucleari che ora si dedica alle rinnovabili – Quelli di Epr, invece, condividono alcuni componenti che in caso di avaria potrebbero causare gravi problemi». Si tratta di modifiche progettuali importanti di cui non è ancora possibile stimare i costi che non saranno comunque piccoli.

Atomo in cerca di siti
Ma non ci sono soltanto problemi tecnici, economici e di sicurezza sulla strada italiana dell’atomo. La fronda delle regioni “ribelli” infatti aumenta, a oggi sono 15 e il Governo usa l’ariete impugnando le Leggi antinucleari di Campania, Puglia e Basilicata. E mentre Saglia cerca di nascondere il problema («Non credo che prima di un anno si conosceranno i siti perché è un processo lungo» ha dichiarato a margine dell’incontro del mese scorso in Enea) il clima si scalda: Legambiente in vista delle elezioni del mese prossimo ha chiesto pubblicamente i candidati di dichiarare la loro posizione sul nucleare. Mentre spunta una nuova lista di siti: «Fonti interne a Edf ci hanno fornito l’elenco dei siti candidati: Montalto di Castro (Viterbo), Borgo Sabotino (Latina), Trino Vercellese (Vercelli), Caorso (Piacenza), Oristano, Palma di Montechiaro (Agrigento), Monfalcone (Gorizia) e Chioggia (Venezia)» afferma il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli. Gli occhi di tutti sono puntati sull’Alto Lazio, a Montalto di Castro cheLa Nuova Ecologia nel luglio indicava come il principale sito candidato ad ospitare due reattori Epr. Adesso la conferma arriva, per via indiretta, anche da Enel: fonti riservate interne all’azienda mettono infatti il sito in pole position. In un documento reso noto da Enel in Confindustria, inoltre, si legge tra gli obiettivi strategici: «Realizzazione di almeno quattro unità Epr su tre siti, con entrata in servizio della prima unità nel 2020». Ossia: un sito ospiterà due reattori Epr e l’unico in Italia che possa “reggere” i due ingombranti oggetti atomici è quello di Montalto di Castro. 

Futuro inquietatnte
«La Regione si opporrà con ogni mezzo – replica dal canto suo l’assessore all’Ambiente del Lazio, Filiberto Zaratti – Montalto e il Lazio hanno voltato pagina tanto che a pochi metri dal sito nucleare è stata appena attivata una centrale fotovoltaica da 24 MWe, la più grande d’Italia». E mentre l’Idv di Antonio Di Pietro propone un referendum contro gli articoli sul nucleare della Legge Sviluppo, affiora un’altra ipotesi inquietante. In uno studio redatto da Enea e del Politecnico di Milano per il Ministero dello sviluppo Economico, rilanciato nel marzo scorso in occasione dell’accordo fra Enel ed Edf, si analizza la possibilità di costruire 12 reattori Epr, per una potenza complessiva di 19.200 MWe, entro il 2030. I quali entrerebbero in funzione tutti fra il 2020 e il 2030 al ritmo di uno l’anno.
 
 

di Sergio Ferraris, direttore responsabile di QualEnergia

 
 
 

4 febbraio 2010