La questione ambientale, certo, ma anche i costi legati alla grande quantità di energia e alle altissime emissioni, da aggiungere a quelli per ripulire (in parte) il disastro che si fa estraendone il petrolio: gli investimenti di Shell nelle sabbie bituminose suscitano dubbi tra i suoi stessi azionisti. Alla prossima assemblea generale, a maggio, il gigante anglo-olandese dovrà fare chiarezza sui rischi connessi allo sfruttamento di queste sabbie petrolifere intrapreso nello stato canadese dell’Alberta.

Raffinare le sabbie bituminose è il modo più costoso, inefficiente e inquinante di ottenere greggio: un processo che comporta consumi energetici ed emissioni tre volte maggiori rispetto ai metodi tradizionali, moltissima acqua e produzione di sottoprodotti pericolosi e inquinanti come biossido di zolfo, acido solfidrico, ossido di azoto e metalli tossici (Qualenergia.it – L’ultima spiaggia del petrolio). Aspetti che, oltre all’incalcolabile danno ambientale, pesano anche sul lato economico di questi programmi.

È su questo versante che una coalizione di 149 investitori privati e istituzionali sta facendo sentire ad alta voce i suoi dubbi sulle scelte dell’azienda. Nel bilancio di Shell le sabbie bituminose contribuiscono a meno del 2,5% dei profitti, ma si stanno rivelando molto onerose. Già all’inizio del 2009 – racconta Interactive Investor – l’a.d. Peter Voser ha dovuto difendere l’investimento nelle sabbie a fronte di perdite di 42 milioni di euro nel primo trimestre 2009. Gli argomenti con cui i vertici di Shell sostengono la scelta sono che tramite la diversificazione delle riserve l’investimento si ripagherà sul lungo periodo: si parla pur sempre di un potenziale di centinaia di miliardi di barili alle porte di uno dei più grandi consumatori mondiali, gli Stati Uniti. Ma ora gli investitori chiedono più chiarezza.

Diverse le obiezioni sollevate dai 149 soggetti (che secondo Shell conterebbero solo per lo 0,15% del capitale): in un futuro in cui la CO2 verrà pagata profumatamente, un metodo così energivoro sarà penalizzato e occorre fare i conti con possibilità e costi di integrarvi sistemi per la cattura dell’anidride carbonica. Altro aspetto su cui fare luce sono i costi legati al ripristino ambientale (in realtà impossibile) dei luoghi d’estrazione e raffinazione pressoché devastati: al posto della foresta boreale, nei giacimenti dell’Alberta, Shell sta lasciando un deserto punteggiato da laghi tossici. Infine, la questione della responsabilità di impresa, messa in dubbio da un investimento con un devastante impatto sul global warming che impedirebbe al Canada qualsiasi obiettivo di ridurre le emissioni rispetto al 1990.

Tutte domande che dovrebbero farsi anche i cittadini italiani dato che molti sono “azionisti” di un’altra compagnia che si è imbarcata nella discutibile avventura delle sabbie bituminose. Stiamo parlando di Eni – società al 30% di proprietà pubblica, con il Ministero delle Finanza e la Cassa Depositi e Prestiti tra gli azionisti principali – che sta dando il via al primo progetto di sfruttamento delle sabbie bituminose in Africa (Qualenergia.it – Investimenti discutibili dell’Eni in Congo): per ora in Congo Eni ha iniziato l’esplorazione su un’area di 1.790 chilometri quadrati, prevalentemente foreste e altri ecosistemi sensibili, dalle cui sabbie vorrebbe estrarre almeno 2,5 miliardi di barili di greggio.

GM

20 gennaio 2010