In Repubblica Ceca si vuole prolungare la vita di una delle centrali a carbone più inquinanti d’Europa? Dal mezzo del Pacifico parte l’azione legale: il problema è anche loro – sostengono i micronesiani – e vogliono avere voce in capitolo. Qualsiasi opera che vada ad aumentare il global warming riguarda il pianeta intero e un paese non ha il diritto di decidere da solo su impianti, come le centrali a carbone, i cui effetti vanno a ricadere sulle altre nazioni con conseguenze sull’accelerazione del riscaldamento globale.
Questo, in sintesi, il principio alla base della battaglia diplomatico-legale mossa dalla Micronesia alla Repubblica Ceca. Oggetto della contesa: il prolungamento della vita della centrale a carbone di Prunerov nel paese dell’est europeo, ai confini con la Germania. Un impianto che da solo emette 40 volte più di tutte le 600 isole dei 4 Stati del Pacifico che costituiscono la Micronesia messe assieme.

Per la Micronesia prolungare la vita dell’impianto ceco – la più grande fonte di emissione del paese e la 18esima in Europa – metterebbe a rischio, a causa delle emissioni, la sopravvivenza stessa degli Stati insulari della federazione, che sono tra i più vulnerabili alle conseguenze del riscaldamento globale quali l’innalzamento del livello del mare e l’intensificazione dei fenomeni metereologici estremi.
Ecco dunque la richiesta, fatta pervenire alla Repubblica Ceca lo scorso 4 gennaio, di un “Transboundary Environmental Impact Assessment”, una valutazione d’impatto ambientale transazionale: la Micronesia vuole poter intervenire al processo pre-autorizzatorio dell’impianto.

Nessuna risposta finora è arrivata dalle autorità ceche che hanno solo fatto sapere alla Reuter che la richiesta sarebbe giunta “troppo tardi nel processo autorizzativo”. Per CEZ, l’utility che gestisce l’impianto, il progetto avrebbe già ottenuto un parere positivo dal governo ceco. Nella valutazione di impatto ambientale presentata dall’uitility non si parla di effetti sul clima – peraltro elemento obbligatorio da considerare secondo la legge ceca – tanto che per CEZ questi sarebbero “del tutto marginale e non dimostrati“.  L’azienda vorrebbe far funzionare l’impianto fino al 2020 e, previi interventi per contenere le emissioni, fino al 2035. “L’efficienza termica netta attuale della centrale – fa notare Greenpeace, che vorrebbe il decomissioning già per il 2016 -. è del 32 %; CEZ vuole rimpiazzarla con un impianto con efficienza del 38%. Un progetto in sostanziale conflitto con la legge europea e ceca che richiede che le nuove centrali abbiano un’efficienza di almeno il 42%.”

Ufficialmente le autorità ceche dovrebbero prendere in considerazione l’obiezione sollevata dalla Micronesia questa settimana. Ma, al di là del caso in sé, è comunque chiaro che la vicenda potrebbe divenire un importante precedente nella lotta che vede contrapposti i paesi più vulnerabili di fronte ai cambiamenti climatici a quelli ricchi. Che la via legale possa dare buoni frutti d’altra parte non è da escludere: altri tribunali, come quelli inglesi nel caso di Kingsnorth (Qualenergia.it – Clima vs carbone: uno a zero?), hanno già riconosciuto che bruciare carbone provoca un tale danno da giustificare azioni anche illegali per fermare una centrale.

Quello che non si è riusciti a fare a Copenhagen ora si proverà a realizzarlo a colpi di richieste di valutazioni di impatto ambientale internazionali? Con un accordo debole come quello uscito dalla Cop 15, svuotato da ogni impegno concreto di riduzione delle emissioni, la lotta al carbone, impianto per impianto, diventa una nuova urgenza nella strategia delle associazioni e delle nazioni più vulnerabili agli effetti provocati dal global warming. 

 

GM

18 gennaio 2010