Torniamo su  Copenhagen cercando di mettere sul tavolo altre posizioni e valutazioni.  Ad esempio, per l’autorevole think-tank americano World Resources Institute (WRI) è “un accordo senza precedenti, in cui però non c’è quello che serve”. Un contenitore ancora vuoto ma essenziale come base per la lotta al global warming: se si tradurrà in un successo lo si potrà dire solo a fine 2010 quando i paesi lo avranno “riempito” con impegni concreti di riduzione delle emissioni e i finanziamenti per i paesi in via di sviluppo diverranno operativi. Si potrebbe riassumere così la valutazione del testo uscito dalla Cop 15 di WRI.
Si è dovuti arrivare a un compromessospiega Jennifer Morgan, direttrice della sezione clima ed energia del WRI – rinunciando a impegni nazionali sulle emissioni in favore di un obiettivo vago sul lungo termine (mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C), ma questo è stato il prezzo per arrivare a una base che permetta di fare qualcosa nelle fasi a venire dei negoziati.

E infatti alcuni passi avanti l’accordo li segna. Ad esempio – grande vittoria americana – nel testo è passata l’idea di un sistema di monitoraggio internazionale delle azioni di mitigazione: tutte le grandi economie, Cina compresa, dovranno sottoporsi a un controllo esterno delle proprie prestazioni in termini di emissioni. Un punto su cui il Senato Usa (alle prese con l’approvazione dell’obiettivo nazionale contenuto nel Climate Bill) ha sempre insistito molto. Ora si dovrà vedere come questa idea si tradurrà nella pratica: la creazione dei meccanismi di controllo e di regole e standard per il conteggio delle emissioni sarà una delle missioni da compiere nel corso del 2010.

A fine 2010 si dovranno conoscere anche i vari impegni nazionali di riduzione delle emissioni. Dall’accordo però sono spariti i riferimenti al fatto che questi siano coerenti con quel che servirebbe per evitare un cambiamento climatico catastrofico. La forma – spiegano dal WRI – li indebolisce ulteriormente: così come è il testo ora non sono infatti soggetto di negoziazione internazionale né sono vincolanti, restando così in balia delle circostanze politiche nazionali. La speranza è che, dopo l’approvazione della legge americana sul clima, attesa per la prima metà del 2010, anche i paesi emergenti vengano convinti ad accettare impegni vincolanti.

Bisognerà attendere anche per vedere come e con che tempi verranno rese operative le azioni di sostegno ai paesi in via di sviluppo già previste, quei 30 miliardi di dollari di fondi da stanziare nei prossimi anni che dovranno arrivare a 100 sul lungo termine. Come pure il modo in cui saranno definite le regole dei vari meccanismi di compensazione, tipo il REDD, che premia i paesi che riducono la deforestazione. Sarà anche dalle soluzini su questi aspetti che molti paesi poveri decideranno se sottoscrivere o meno l’accordo.

Perché, quello di cui stiamo parlando, non è un accordo sottoscritto da tutti, ma un testo del quale la Conferenza delle Parti si è limitata a “prendere nota”: è ancora incerto il numero dei paesi che lo firmeranno. Il documento potrebbe così cambiare la fisionomia dell’UNFCCC, aggregando in maniera diversa le nazioni: oltre alle maggiori economie (quelle del MEF), anche la maggior parte delle piccole isole e dei paesi meno sviluppati hanno espresso appoggio all’accordo, che così potrebbe dar vita a un’alleanza Nord-Sud opposta alla strategia ostruzionista di alcuni paesi produttori di petrolio.

Se non verrà cambiata la regola che impedisce alla UNFCCC di adottare decisioni procedurali senza il consenso di tutte le parti (proposta bocciata per il veto dell’Arabia Saudita e altri), scrive la Morgan, “potrebbe essere necessario un nuovo modo di lavorare”. Insomma: sarà il 2010 l’anno decisivo per la lotta al global warming. Copenhagen era solo un inizio che ha comunque posto le premesse fondamentali per andare avanti con il processo.

GM

12 gennaio 2010