Verso un nuovo ordine mondiale

  • 4 Gennaio 2010

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Cina e Stati Uniti si avviano a creare un nuovo bipolarismo anche sulla questione dei cambiamenti climatici. Ora la battaglia degli ambientalisti si sposta sulla Cop-16 a Città del Messico. Un articolo di Gianni Mattioli e Massimo Scalia pubblicato sull'ultimo numero della rivista QualEnergia.

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Eravamo stati facili profeti nel temere che COP-15 non avrebbe fissato, come in tanti speravamo, obiettivi con numeri precisi sia per la riduzione di CO2 che per gli stanziamenti ai Paesi in via di sviluppo. E non era neanche difficile vaticinare che la Cina sarebbe stato uno dei cardini dell’accordo politico conclusivo di Copenhagen. Al di là delle valutazione su quell’evento, che cos’è cambiato, che cosa c’è di nuovo?


Manteniamo innanzi tutto la nostra visione da “Candide”, assunta e propalata prima di Copenhagen nei nostri più che modesti ambiti. La COP-16 di Città del Messico fisserà le agognate cifre, e la battaglia da fare a livello mondiale, per tutto il movimento ambientalista, è proprio su quei numeri. Le difficoltà sono chiare ed enormi. Obama ha problemi rilevanti con la sua stessa maggioranza sul “green bill”, senza il quale la green economy è puro flatus vocis. E la Cina – afflitta da un territorio e un cielo bollenti di inquinamento per la crescita a carbone, e non solo, che ha perseguito – si sta impegnando alla grande sulle rinnovabili, ma non cederà di un millimetro sul ruolo che ha, ormai non soltanto come capofila dei “77”. In ogni caso sono proprio i numeri che determineranno gli scenari e le possibilità di porre un alt ai cambiamenti climatici quando ormai sembra già troppo tardi.


Il dato politico, prevedibile ma nuovo, è il “bipolarismo” che Copenhagen ha in qualche modo sancito. Dopo la visita di Obama in Asia nel novembre scorso e i suoi riconoscimenti alla Cina, pur nella rivendicazione davanti agli studenti dei diritti umani, si delinea un condominio Usa – Cina, in qualche modo meno minaccioso di quello Usa-Urss dell’epoca della deterrenza nucleare. Si apre quindi una nuova fase della globalizzazione, che lascia se non altro alle sue spalle il cadavere dell’iperliberismo alla Milton Freedman, con il suo sfascio finanziario ed economico, e i dinieghi di Bush e dei vari neo–atlantici, Berlusconi purtroppo resta tra di noi, sul link energia/cambiamenti climatici.


Le basi materiali di questo “condominio” sono scritte da tempo, da quando la Cina possiede almeno un quinto del patrimonio immobiliare americano e reclama al contempo uno spazio commerciale. Non trasferisce nelle casse USA, il Paese più indebitato del Mondo, una parte rilevante di quei due terzi del risparmio mondiale che vi affluiscono? E per oliare questi rapporti la Cina accetta anche un po’ di centrali atomiche, assai meno di quanto strombazzino gli orfani del nucleare, smentiti ogni anno dalle cifre a consuntivo dell’IAEA.


Certo, in questo quadro di “entente cordiale” la UE si ritrova abbastanza stretta. Paga la lentezza con la quale è riuscita a darsi una voce comune, non alternata ogni sei mesi, sul piano dei più alti livelli di rappresentanza politica. Chiara la disparità della UE rispetto ai due giganti politici che hanno iniziato questa nuova danza, ma non è affatto scontato che proseguire coerentemente ed efficacemente la sfida dei tre 20%, dell’innovazione tecnologica, della green economy – che è il contesto economico, industriale e sociale della “rivoluzione energetica” – non possa continuare a essere un benchmarking, dalle ricadute molto pratiche, rispetto a tutti gli altri Paesi attardati in attendismi, necessitati o furbeschi, o in giochi di ruolo.


Certo, è stato già detto, la UE dovrebbe allora essere in grado di patrocinare colossali progetti puntati sulle fonti rinnovabili, come “raccogliere” il sole del Sahara, ma per davvero comunitari e non di competizione interna come in qualche modo è Desertec. Col molteplice scopo di ripianare le accennate distorsioni dell’economia mondiale in un contesto di sostenibilità, fornire gigantesche basi all’innovazione tecnologica e, soprattutto, dare – tramite quei progetti condivisi dall’altra sponda del Mediterraneo – energia, acqua e cibo per alleviare le condizioni inaccettabili di tanti popoli africani.


Una politica cioè antagonista a quella della spoliazione delle loro risorse e alle nuove forme di colonialismo, nelle quali anche la Cina si sta muovendo alla grande. Rivendicherebbe in questo modo un primato al tempo stesso fattuale ed “etico”: un approccio più sostenibile all’economia, una mobilitazione di risorse e intelligenze per far fronte a quella che rischia di essere una questione “di specie”: i cambiamenti climatici.

Gianni Mattioli e Massimo Scalia


Articolo pubblicato sull’ultimo numero del 2009 della rivista bimestrale QualEnergia per la rubrica “Mattioli&Scalia”.



4 gennaio 2010


 




 

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