Nucleare italico, ecco il decreto

  • 23 Dicembre 2009

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Approvato ieri il decreto che da il via al ritorno al nucleare: si parla di criteri di localizzazione e di misure di compensazione e si ribadisce che l'ultima parola spetta al governo. Ma i siti si conosceranno solo a primavera, dopo le regionali. Le perplessità sono molte e il duro confronto è appena iniziato.

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Arrivato il decreto che servirà a stabilire dove si potranno fare le centrali nucleari italiane, come si autorizzeranno, come verrà compensato chi se le vedrà costruire dietro casa. Ieri il Governo ha fatto un altro piccolo passo in avanti sulla strada del “rinascimento nucleare”, stilando lo schema di decreto attuativo dell’articolo 25 legge 99/2009 in cui appunto si definiscono le questioni strategiche per il ritorno all’atomo (vedi allegato).

Sapremo allora dove si faranno le centrali? Non ancora. Occorre attendere almeno fino a primavera, dopo le elezioni regionali. Il decreto – che deve ancora passare per il Parlamento – stabilisce che “uno schema di parametri di riferimento relativi a caratteristiche ambientali e tecniche” venga stabilito di concerto tra i ministeri interessati (Sviluppo, Ambiente e Trasporti) e su proposta della costituenda Agenzia per il Nucleare entro 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto, prevista per metà febbraio (Qualenergia.it – “Nucleare, è toto-centrali. Ma nessuno le vuole”).

Parametri che secondo il decreto emanato ieri dovranno tenere conto di caratteristiche ambientali come “popolazione e fattori socio-economici, qualità dell’aria, risorse idriche, fattori climatici, suolo e geologia, valore paesaggistico, valore architettonico-storico, accessibilità” e tecniche: “sismo-tettonica, distanza da aree abitate, geotecnica, disponibilità di adeguate risorse per il sistema di raffreddamento della tipologia di impianti ammessa, strategicità dell’area per il sistema energetico e caratteristiche della rete elettrica, rischi potenziali indotti da attività umane nel territorio circostante”.

Quello che invece si sa già è che i luoghi scelti saranno “dichiarati siti di interesse strategico Nazionale” e pertanto “soggetti a speciali forme di vigilanza e protezione”. Tradotto: come prevede una modifica della primavera 2008 al regolamento che completa la legge 124/2007 sulla riorganizzazione dei servizi di intelligence potranno anche essere coperti dal segreto di Stato (Qualenergia.it – “Centrali segrete”).

Anche se, va detto, il decreto prevede l’istituzione di “Comitati di confronto e trasparenza” (art. 21) in cui siederanno rappresentanti degli stakeholder coinvolti (operatori, ministeri, enti locali, Ispra, agenzia per il nucleare, un sindacato, un’associazione imprenditoriale e una ambientalista) e che potranno chiedere informazioni ad eccezione di quelle “commerciali sensibili e di quelle relative alle misure di protezione fisica dell’impianto nucleare”.

Per quel che riguarda il processo autorizzativo e la localizzazione, definiti nel dettaglio nel titolo 2, il succo del discorso non cambia rispetto a quanto definito dalla legge 99/2009: previste consultazioni con gli enti locali, ma l’ultima parola resta al governo che decide su proposta degli operatori. (Qualenergia.it – “Scelta dei siti nucleari e sospetta incostituzionalità”).

E il deposito per le scorie? Il decreto ne affida la realizzazione ed esercizio a Sogin, sulla base di un’autorizzazione unica: entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto dovrà proporre le aree potenzialmente idonee.

Sarà sempre Sogin a proporre il contributo annuale che gli operatori verseranno nel fondo per il decomissioning e che sarà poi deciso dall’Autorità per l’Energia. Importo, si legge nel decreto che sarà stabilito, “sulla base di analoghe esperienze internazionali con la medesima tecnologia”. Peccato che non esistano ancora esperienze di decommissioning di impianti EPR (né EPR finiti): l’unica lezione che si può trarre dagli altri paesi è che i costi del decommissioning sono incerti. Nel Regno Unito, ad esempio, dal 2004 al 2007 la stima è aumentata del 30%, richiedendo un prelievo extra di 10 miliardi di sterline dalle casse pubbliche (Qualenergia.it – “I costi per chiudere con il nucleare”): “non esistono strumenti economici per stimare spese che si protraggono così a lungo nel tempo” ci spiega l’ingegnere nucleare Alex Sorokin.

Infine, il decreto parla delle compensazioni per chi vivrà vicino ai siti (art. 22). Sconti su elettricità ma anche su Tarsu (tariffa rifiuti), addizionali Irpef, Irpeg e Ici: benefici economici pari a 3mila euro al megawatt (fino a 1.600 MW, oltre il 20% in più) durante la costruzione e 0,40 euro a MWh a impianto in funzione. Soldi che spetteranno per il 40% agli enti e per il 60% a residenti e imprese e che saranno distribuiti così: il 10% alle province interessate, il 55% ai Comuni ospitanti, il 35% ai Comuni nel raggio di 20 chilometri dalla centrale (10 nel caso di impianti di sola produzione di combustibile). Tutto, si legge, a carico degli operatori cui “è fatto divieto di trasferire sugli utenti finali i costi di compensazione.”

Uno tra i punti che suscitano più perplessità. “Da dove arriverà questa montagna di soldi?”, chiede il responsabile scientifico di Legambiente, Stefano Ciafani, “il governo scopre le carte e svela la maxi stangata per il ritorno dell’atomo in Italia, con buona pace dell’alleggerimento delle bollette elettriche sbandierato finora. Spendendo non meno di 50 miliardi di euro per produrre il 25% dell’elettricità, distoglieremo tutte le risorse che potrebbero essere investite subito nell’efficienza energetica e nelle energie rinnovabili”.

“Il decreto prevede che, se una diversa maggioranza politica decidesse di abbandonare il programma nucleare, gli utenti pagherebbero comunque nelle bollette i costi sostenuti per avviare la realizzazione degli impianti”, sottolineano invece i senatori Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, critici anche sull’imposizione governativa dei siti, che svuota i poteri di Regioni e della Commissione per la Valutazione di Impatto Ambientale. “Nei suoi contenuti questo decreto legislativo – concludono i due senatori – conferma tutta l’approssimazione e il carattere propagandistico del nucleare di Scajola e Berlusconi, una scelta che costerebbe all’Italia non meno di 25 miliardi di euro per realizzare 4 centrali, accollerebbe al nostro Paese impianti realizzati secondo tecnologie già oggi vecchie e comunque ambientalmente insicure e ci allontanerebbe dagli investimenti e dalle politiche veramente utili per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, a cominciare dall’efficienza energetica e dalle fonti rinnovabili”.

E le critiche non mancano anche da parte delle altre forze di opposizione: “Sfidiamo l’esecutivo a comunicare le aree previste dal piano prima delle regionali, perché i cittadini che andranno a votare a marzo hanno il diritto di sapere da che parte stare”, ha dichiarato Antonio Borghesi vicecapo gruppo dell’Idv alla Camera parlando di “scelta folle e anacronistica”. Sul piede di guerra anche Claudio Saroufim, responsabile ambiente del Pdci: “non c’è compensazione che basti allo scempio che questo Governo, manu militari, sta procurando alla salute e all’ambiente, e i cittadini sono pronti a sfidare l’autoritarismo di Scajola“, mentre Paolo Cento, del coordinamento nazionale di Sinistra ecologia e libertà, ha chiarito che il partito “è pronto a promuovere un referendum per abrogare queste norme antieconomiche che producono danni ambientali al Paese”.

GM

23 dicembre 2009

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