La delusione è palpabile. Si intuisce dalla conferenza stampa conclusiva di Obama, come dalle dichiarazioni rabbiose degli esponenti ambientalisti. Che cosa non ha funzionato? Penso che l’elemento più critico vada cercato in casa Usa. Otto anni di presidenza para-negazionista hanno lasciato il segno. Le difficoltà nella definizione di un obbiettivo interno di riduzione per legge sono state maggiori del previsto e ci vorranno ancora alcuni mesi per avere l’approvazione del Senato sul provvedimento contro i cambiamenti climatici. Per ratificare un trattato internazionale poi occorrono 66 voti al Senato e con l’aria che tira, ora non sarebbe passato.

Chi crede nell’ipotesi di Lovelock, che ha descritto il pianeta Terra come un unico superorganismo, si aspetterà un segno di rivolta contro l’attuale tendenza verso la catastrofe climatica. Del resto, i ricercatori del Met Office inglese prevedono che il 2010 sarà l’anno che batterà ogni record di temperatura.

Purtroppo siamo all’inizio di un processo di cambiamento del clima che, per quanto ormai sia ben visibile, è ancora graduale. Quando esso subirà un’accelerazione e diverrà irreversibile sarà troppo tardi per intervenire. Mentre la comunità scientifica ha ben presente queste dinamiche, è più difficile coinvolgere il grande pubblico, mobilitarlo.

Ma torniamo a Copenhagen. Obama ha portato a casa un risultato minimo che è stato però condiviso da paesi come Cina e India. Fatto importante, che smonta la principale obiezione degli oppositori interni, la mancanza di coinvolgimento dei paesi in via di sviluppo. Il prossimo passo consisterà nell’approvare la legge Usa di riduzione delle emissioni e nell’attivare un pressing sui principali paesi emettitori.

I risultati deludenti impongono di ripartire pazientemente con la tessitura della tela diplomatica, dichiarare cioè i propri impegni di riduzione e lavorare per un accordo che soddisfi l’unica affermazione approvata, la necessità di non superare i 2 °C, dirompente se tradotta in impegni per i singoli paesi.
Occorre contemporaneamente accelerare le iniziative decentrate di riduzione delle emissioni e accentuare il pressing sui governi. Tenendo conto che c’è una potente arma a favore: l’economia verde è infatti già partita e si imporrà malgrado le incertezze della politica.