L’alba di un accordo modesto e pericoloso?

  • 18 Dicembre 2009

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Dopo una notte di negoziati spunta una bozza su cui i Capi di stato discuteranno oggi. Passi avanti sulla forma dell'accordo e sui finanziamenti. Ma gli impegni al 2020 messi in campo finora sono troppo modesti tanto da far temere che si possa rischiare un aumento catastrofico della temperatura di oltre 3°C molto prima della fine del secolo.

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I negoziati alla fine, dopo le montagne russe diplomatiche di ieri, si sono rimessi in moto e al Bella Center si è discusso tutta la notte. All’alba di oggi, ultimo giorno di negoziati in cui la palla passerà ai capi di stato per le decisioni finali, sul tavolo una bozza. Per ora si sa solo che contiene l’impegno a contenere entro i 2°C il riscaldamento, prevede un fondo di 100 milioni di dollari per aiutare i paesi in via di sviluppo e non comporta un impegno vincolante. E’ anche probabile che si proponga di allungare di un altro anno la negoziazione fino al prossimo vertice di dicembre a Città del Messico.

Un testo debole, con niente di ambizioso” dichiarava stamattina all’AP il sudanese Lumumba Di-Aping, rappresentante del gruppo dei 77. “Un accordo politico, ma non molto di più” secondo il cinese Li Junhua. “Una grossa delusione. Una dichiarazione politica che non garantirebbe la nostra sopravvivenza” per il rappresentante dell’alleanza delle piccole isole, Selwin Hart delle Barbados.

Come sarà l’accordo definitivo lo sapremo probabilmente solo nella tarda notte di oggi o forse domani mattina; c’è grande attesa per eventuali carte messe sul tavolo all’ultimo momento dai capi di stato e in particolare da Obama che siederà al tavolo dopo aver incontrato separatamente i leader di Russia, Cina e Brasile.

Ieri si era registrata una parziale vittoria dei paesi in via di sviluppo: l’ipotesi di chiudere completamente con il protocollo di Kyoto contenuta nella “bozza danese” (Qualenergia.it – “Sulla bozza danese inciampa il dialogo”) sarebbe stata definitivamente abbandonata. L’accordo del 1997, che contiene il principio, fondamentale per i Pvs della “responsabilità differenziata” e impone obblighi di riduzione solo alle nazioni ricche, sarà mantenuto e si procederà su un doppio binario, per coinvolgere anche quei paesi, Usa in primis, che non vi avevano aderito.

Tra gli altri elementi che hanno sbloccato in parte un dialogo, ieri quasi arenato, c’è la posizione ammorbidita di Cina e Indonesia sulla possibilità di accettare controlli esterni sugli obiettivi annunciati e soprattutto l’annuncio di Hillary Clinton che anche gli Usa contribuiranno a un f”ondo clima” per i paesi poveri da 100 miliardi di dollari all’anno in totale: notizia accolta come un’apertura, anche se va detto che secondo la Desa-Onu i miliardi di dollari all’anno necessari per aiutare adeguatamente i Pvs per adattamento e mitigazione sono 500-600 (Qualenergia.it – “Investimenti per il new deal globale”) e secondo la Banca Mondiale almeno 400.

 
Ma la parte carente dell’accordo pare sia da cercare soprattutto negli impegni di riduzione delle emissioni: con quelli messi sul tavolo al momento, si legge in un documento riservato Onu pubblicato ieri dal Guardian non si riuscirà a stare sotto ai 2°C ma si supereranno i 3 gradi. Per stare entro i 2°C di aumento ( impegno preso tra l’altro dai G8 a L’Aquila e che sarà verosimilmente contenuto anche nell’accordo che uscirà, se uscirà, da Copenhagen) bisognerebbe contenere le emissioni al 2020 entro i 44 miliardi di tonnellate di CO2: 4,2 miliardi in meno di quello che accadrebbe con gli impegni, anche quelli più elevati, proposti al momento dai paesi industrializzati e dalle econmie emergenti..

Con i tagli proposti la concentrazione di CO2 sorpasserebbe di gran lunga sia le 350 parti per milione (ppm) che sono la soglia di sicurezza proposta da una parte crescente della comunità scientifica, sia le 450 ppm raccomandate dall’IPCC nel 2007 per avere almeno una possibilità su due di stare sotto ai 2 gradi ed evitare gli effetti più catastrofici. Si arriverebbe invece oltre le 550 ppm, concentrazione cui sono associati aumenti di 3°C o più. Cosa comporterebbe un aumento di 3°C? Secondo il rapporto Stern fino a 170 milioni di persone colpite da alluvioni costiere, 550 milioni a rischio denutrizione e possibile estinzione del 50% delle specie viventi.

Brutta notizia quella che, se ci saranno nuove proposte oggi, difficilmente riguarderanno tagli più coraggiosi: ieri il senatore americano Henry Waxman, promotore del Climate Bill americano, ha chiarito che l’impegno Usa è già adeguato per far restare il pianeta entro i 2°C di aumento: affermazione scientificamente falsa dato che l’IPCC per non superare quella soglia indica ai paesi sviluppati di tagliare dal 25 al 40% rispetto al 1990, mentre l’impegno americano a quella data, tradotto sulla stessa baseline, significherebbe un taglio del 3-4%. Anche l’Europa sta proponendo troppo poco: pressata da paesi come la Polonia pare che per ora non innalzerà il suo obiettivo al 2020 da -20% rispetto al 1990 a -30%, come si era stabilito accadesse in caso di accordo globale.

Staremo a vedere quel che succederà oggi, sperando in un miracolo. Intanto vi lasciamo con un sorriso amaro: la dichiarazione dell’a.d. di Enel, Fulvio Conti che afferma: “a Copenhagen si va verso un possibile fallimento perché l’accordo è fatto senza chi opera, perché ancora una volta la politica si riunisce ed è fine a sé stessa, con posizioni ideologiche e contrapposizioni di sistema”. A questo punto viene da chiedersi: se già così stiamo andando incontro ad un probabile aumento oltre i 3°C, ascoltando ancora di più gli operatori energetici come Enel di quanti gradi riusciremmo a far aumentare la temperatura del pianeta? Eppoi, Enel di cosa si lamenta. Non fornisce già il suo “significativo” contributo alla politica energetica del nostro paese?

GM

 
18 dicembre 2009 (11 am)

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